“Telefono senza fili”: quarta puntata. Roberto Giacometti

Telefono senza fili

di Chiara Marchesin

Telefono senza fili è una rubrica che ha come unico scopo quello di raccontare raccontandosi. È

un modo stravagante di conoscere chi sta intorno a noi e fa parte dell’associazione, valicando qualsiasi muro generazionale o fisico, per creare amicizia. Quale sarebbe il miglior modo di raccontarsi se non con un libro?

Il libro che ricalca la sagoma della vostra persona o che rappresenta tutto ciò che vorreste trovare in un consiglio di lettura o che vi suscita un emozione ancora intatta, che consigliereste con tutto il cuore anche a degli sconosciuti perché ‘ne vale la pena’.

Sperando questo progetto possa creare una rete di appassionati ascoltatori e consiglieri, vi invitiamo a mandare un vostro contributo all’indirizzo e-mail chiarmar3@gmail.com

 

Oggi pubblichiamo il gradito contributo di Roberto Giacometti:

 

Ahimè

Ahimè, temo di avere abusato della mia memoria per esigenze professionali. Ho infatti lavorato a testa bassa, per decenni, immerso tra leggi, decreti, giurisprudenza e dottrina del diritto degli appalti e dei contratti pubblici. Norme talvolta contraddittorie e assurde, partorite e modificate di continuo a Roma, dalla sera alla mattina, sulla spinta lobbistica di gruppi di interesse. Insomma, un maledetto inferno che però, dicevo spesso, “se lo conosci non ti uccide”, come certe brutte malattie. Sicché ho imparato a memoria migliaia di date, numeri e contenuti di articoli e commi, tra i quali mi sono destreggiato come un giocoliere o, meglio, un alchimista alla ricerca della soluzione giuridica del caso, dell’oro ricavato dal piombo. Mi mancava solo il cappello di mago Merlino o la toga del dottor Balanzone. Già… un ottimo lavoro, ma addio ai miei circuiti neuronali.

Una volta ho sentito dire alla radio di un illustre professore inglese di Oxford, biologo marino, che non voleva imparare a memoria i nomi dei suoi studenti perché asseriva che ad ogni nome di uno di loro avrebbe dimenticato il nome di un pesce o di un mollusco.

Beh, per salvare i miei strumenti di lavoro, lo confesso: io ho perso tutto ciò che ho letto, tutta la narrativa classica e contemporanea che, per fortuna – salvo i tanti libri prestati e non tornati – sta ancora stipata negli scaffali di casa. Libri in paziente attesa che li riprenda, uno ad uno, dopo una spolverata e da pensionato quale sono ora, per godere ancora di quelle storie, di quelle trame e di quelle parole che, presumo, mi giungeranno come nuove, o quasi, come quando si incontra qualcuno per strada e si riceve il suo saluto, e lo si ricambia perché in effetti è un volto noto, per poi elucubrare su chi sia.

Perché dico questo? E perché proprio in questa rubrica in cui, stando alle regole, si dovrebbe parlare di un libro, di quello preferito o che si intende raccontare perché ci ha lasciato un segno? Perché non è vero che tutto è andato perduto. Ne sono certo, lo so, lo sento. Tutti noi siamo oggi chi siamo stati ieri e in tutto il tempo passato, dove dentro ci fu, c’è stato e ancora pulsa, in qualche modo insondabile, tutto ciò che abbiamo vissuto, e quindi anche tutto ciò che abbiamo letto e imparato da quelle letture. Non è quindi stato inutile. Non è stata solo qualche ora trascorsa piacevolmente. È stato nutrimento della coscienza che, per gli smemorati come me, si è comunque andato ad annidare nell’incoscienza, nell’io profondo, dove ancora produce i suoi effetti. E questo mi consola. Pertanto, supponendo che il fenomeno che ho descritto sia piuttosto diffuso, il mio messaggio in queste righe è questo: leggiamo e godiamoci la lettura perché è anch’essa un cibo, cibo per l’anima, ma che, a differenza del cibo, una volta digerita non diventa cacca.

Bene, ci siamo capiti in termini espliciti, ma per stare almeno un poco alla logica di questo “telefono senza fili” qualcosina di specifico voglio e devo dirla, pescata nel neurone numero 34788126 del mio bacato cervello: so che tra le mie letture più nutrienti, che non vedo l’ora di rileggere, ci sono alcuni racconti di Anton Čechov e di Nikolaj Gogol (tra cui “Il cappotto”, tra l’altro messo in scena mezzo secolo fa per la TV in bianco e nero, magistralmente interpretato da un insolito Renato Rascel), “Zazie nel metrò” di Raymond Queneau e, soprattutto, “La tonsura” di Bohumil Hrabal. Non mi si chieda quali ne siano i personaggi, né le trame, ma so che mi hanno formato più di altri e che stanno tuttora dentro di me a farmi del bene, come del resto Italo Calvino e la sua calda visionarietà, che ancora mi abbraccia affettuosa e mi sorride.

Roberto Giacometti