«Il punto è imparare a tremare»

«Il punto è imparare a tremare»
Appunti su LETTERA A CHI NON C’ERA. Parole dalle terre mosse,

di Franco Arminio, Bompiani

Salì una fiamma, un lampo dal basso
da un cielo sepolto sottoterra.
(Franco Arminio)

 

 

Chi non c’era non immaginava che paesi interi fossero stati inghiottiti dal ventre della terra.
Chi non c’era non sapeva dei ventisette alunni di San Giuliano, delle loro piccole mani che stringevano pastelli colorati.
Chi non c’era non conosceva il nome dell’unica persona superstite di un’intera famiglia: «Provavo come un rimorso di essermi salvato solo tra i miei».
E chi era presente ai drammi più recenti, come me, ne aveva sentito parlare al telegiornale, aveva visto magari qualche foto sconcertante sui quotidiani, ma NON ERA STATO LA’: tra i muri crollati, a guardare negli occhi i sopravvissuti, ad ascoltare il ‘tremore’, a tradurlo in parole.
È di Franco Arminio, poeta e paesologo, il merito di aver raccolto per anni «parole e immagini dai luoghi del tremore» e di aver scritto una lunga LETTERA A CHI NON C’ERA. Parole dalle terre mosse, fresco di stampa per Bompiani.
Una ‘lettera’ unica per originalità che attraversa due secoli della nostra storia ritornando nei luoghi dei terremoti e delle sciagure (alluvioni, frane, migrazioni forzate) che hanno fatto vacillare l’Italia, delle «tante disgrazie collettive, imprevedibili o dovute all’incuria umana – si legge in seconda di copertina -. Franco Arminio parte dai suoi luoghi e allarga lo sguardo per rievocarle una a una, scavando tra le macerie con l’indignazione delle sue prose civili e la dolente tenerezza dei suoi versi».
«Mi piace la vita scossa, / il cuore amaro:/ dopo le grandi sventure/ gli uomini hanno il cuore/ più chiaro».

Un piatto spezzato, franto e ricomposto con delicatezza, bianco e luminoso come una luna piena sullo sfondo blu notte della copertina di LETTERA A CHI NON C’ERA, un’immagine che dischiude il senso profondo di quest’opera: avere il coraggio di recuperare i cocci, di guardare le crepe. Riavvicinare i pezzi scheggiati, per cercare, come accade ai frammenti di vetro colorato di un caleidoscopio, di far affiorare un disegno, magari un fiore, una stella o una bianca luna incrinata.

«Per le nuove generazioni servono risorse e serve buona memoria, serve capire che molto del male che fiorisce e rifiorisce in continuazione nella nostra nazione non è frutto del caso o di una congiura – scrive l’autore -. Quello che è accaduto non riguarda solo chi è morto o i suoi famigliari, riguarda noi e i nostri figli, riguarda soprattutto chi non c’era».

Franco Arminio ci porta a conoscere chi ha vissuto il tremore: non ci sono solo i numeri delle vittime, i nomi, l’età, le storie; ci sono i volti, il «dolore composto», le mani, le voci.
Le conversazioni di Arminio sono un dialogo tra vivi e morti, perché chi scrive sente la morte come una compagna di viaggio, come lo specchio per guardare la propria vita, e apprezzare la bellezza di ogni giorno: «Ogni volta può essere l’ultima che ci vediamo».

«Una volta i paesi erano fatti dei vivi e dei morti. Chi moriva veniva evocato in continuazione. Oggi, oltre al cadavere, seppelliamo assai presto anche la memoria».
Il fondatore della Casa della Paesologia («l’uomo che amava i paesi») ci ricorda che ogni paese «è esperienza del sacro», pertanto «merita comunque un lieve inchino».
Paesi raccontati come persone, come navi incagliate, come corpi: «La salma è in alto, è il paese antico»; «Craco è la Cappella Sistina dell’abbandono».
«Paesi in cui puoi solo vedere, dove non puoi fare niente altro».
Paesi come anime.

A conoscere i paesi entra la poesia, con le sue metafore potenti, a volte affilate: «La vita è una trave sulle gambe che nessuno viene a togliermi»; «come se la vita fosse un termometro rotto e il mercurio mi sfuggisse dalle dita»; «il vento sembra un cecchino, è appostato in ogni angolo».

Franco Arminio ha il talento di uno sguardo che si posa sui dettagli: «Cerco disperatamente il volo di un uccello, un frutto beccato su un albero, una piccola cosa straordinaria che mi dia il senso dell’eternità»; ha l’indole del viandante che si mette in ascolto dei «silenzi e dei canti», e non del viaggiatore: «Non sono un viaggiatore e non vado a vedere veramente un altro luogo, ma solo che colore prende la mia inquietudine in quel luogo».
Ed ecco, tra le tante, la lezione per me più vera, quella per cui gli sono profondamente grata, il ‘tremore’ come condizione esistenziale: «Ci sono dei terremoti che avvengono solo per noi. Stiamo sotto le macerie e nessuno lo sa. Dobbiamo scavare da soli, scavare sotto. Scrivere è un’azione di questo tipo».

«Il punto è imparare a tremare, sapere che venire al mondo significa stare sulla bocca del cratere (…) Bisogna arare il tremore, seminarvi dentro la nostra voglia di essere qui e di vedere con gli occhi aperti che cosa enorme è ogni giornata, qui nella crepa del mondo».
Servirebbe allora, suggerisce l’autore, un «focolaio delle premure», per «riscaldare la vita». La fiamma che accende l’ultima riga del libro. Un «cantiere della fiducia». Finestre che prendono «luce dall’alto».
La stessa luce, fievole e fiera, del cerchio franto che campeggia sul cielo blu di copertina: luce di luna che scompagina la notte.

 

(Eleonora Rossi)