LA FOTOGRAFIA

Pietro avvertì il calore e la luce di quel sole come se fosse vero. L’astro riluceva vigoroso, una sfera bianca da cui si espandeva una raggiera color giallo brillante che infrangendosi contro le fronde disordinate delle palme andava a parcellizzarsi in miriadi di filamenti dorati.

L’uomo fece scorrere un dito sopra quel punto quasi abbagliante, lasciando poi che il polpastrello scivolasse come per una minuscola, sinuosa carezza sopra la superficie liscia della fotografia. Era un’immagine… bella, fu l’aggettivo che gli si affacciò alla mente. Ma riconobbe subito che non era sufficiente. Allora fu la volta del termine sublime a proporsi inaspettatamente alla sua coscienza, e Pietro l’accolse soddisfatto giudicandola d’istinto la parola adatta. Del resto, aveva sempre patito la sproporzione fra l’intensità delle emozioni provate e il ridotto vocabolario a sua disposizione. Affannarsi a trovare le parole giuste per esprimere ciò che sentiva gli faceva pensare ogni volta ai frustranti tentativi di un pittore che avesse solo un paio di colori per raccontare la fantasmagoria delle proprie sensazioni. Una volta stabilito che quell’immagine era sublime, dunque, Pietro continuò a contemplarla.

La sabbia non poteva essere solo sabbia, no. Non con quei riflessi rubati al sole. Doveva essere polvere d’oro. E con i piedi ben piantati in quella preziosa distesa – che scompariva in distanza oltre una cresta di vegetazione sfocata – un ragazzo dai capelli nerissimi fissava sorridendo l’obiettivo, socchiudendo le palpebre perchè la luce non gli ferisse le pupille. L’espressione era serena, o meglio: gioiosa. Ecco un’altra parola buona. Cosa lo rendesse tanto di buon umore, Pietro non sapeva dirlo. Erano trascorsi anni. Quanti? Non aveva importanza. Il giovane radioso si stagliava contro un cielo talmente azzurro da apparire dipinto, e l’uomo che quel ragazzo era diventato rimase a osservarlo lasciandosi contagiare per un istante dalla sua intuibile esuberanza. Col polpastrello ne sfiorò i capelli, quasi potesse saggiarne la morbidezza. Sospirò a fondo, sforzandosi di ricordare chi gli avesse scattato quella fotografia, e di quale luogo si trattasse. Ma scoprì subito che nella sua testa non c’erano riposte, e che neppure gli importava. La sola cosa che al momento pareva ammantata di valore era il semplice fatto di tenere quella fotografia davanti agli occhi, di intarsiarla con la punta delle dita, di percepirne il vitale tepore estivo, l’energia pulsante fatta di memorie e fantasia.

Spostò lo sguardo alle nuvole, quei sogni di fumo bianco che tracciavano scie sfilacciate prima di lasciarsi assorbire dall’oro e dal turchese… E notò allora i gabbiani, che attraverso quelle nubi disegnavano traiettorie precisissime, infallibili. Volavano davvero, sì… Quasi ne udiva i richiami, stridenti, rochi. E le fronde delle palme più vicine, adesso, stavano oscillando, per ascoltare meglio i sussurri del vento.

Toccò di nuovo il sole, e permise al suo calore di avvolgergli la mano come un guanto di lana lasciato a riscaldare sopra un termosifone.

 

«Che cosa c’è, Pietro? Non ti piace la pasta?»

L’uomo sollevò di scatto la testa, richiamato dalla voce sempre gentile di suor Lucia. Questa stava vagolando fra le corsie del refettorio, com’era sua abitudine, controllando che non mancasse nulla.

«No, no, suor Lucia. È tutto… sublime

La suora rise, e rapidamente il suo riso si sfaldò nel disarmonico tintinnare di decine di posate. Non si udivano più i gabbiani, adesso. E neppure la smorzata risacca di un mare appena accennato, in un angolo della foto, suggerito ma impressionante nella sua invisibile presenza. Nella testa di Pietro tornarono a sciamare nel tempo di un sospiro tutti i suoni opachi, il chiacchiericcio sommesso, i colpi di tosse che popolavano la mensa dei bisognosi.

Con un mezzo sorriso si chinò a carezzare il dorso fulvo e fremente di Duca disteso ai suoi piedi, e il cane gli rispose uggiolando quietamente. Quindi posò accanto a sé, sul tavolo, la fotografia, fingendo che non fosse in realtà solo il coperchietto di cartone e alluminio con cui venivano richiusi gli argentei contenitori per i pasti. Impugnò la forchetta e l’affondò nei maccheroni col ragù. Quel giorno li trovò un po’ troppo al dente, ma comunque deliziosi, o quasi.

Nelle profondità dei suoi occhi giallastri, nascosti dietro le lenti nerissime, ancora quel sole immaginario si tratteneva, generoso, sfolgorante, come sempre riluttante a tramontare.

[Prima pubblicazione: L’Ippogrifo, apr. 2014]