Premio Estense: un’Aquila d’oro per due

Tania Droghetti

Per chi crede alla magia dei numeri e alla loro capacità divinatoria nel 2020 i vincitori della 56esima edizione del Premio Estense sono due con 20 voti ciascuno: Pablo Trincia con Veleno – una storia vera edito da Einaudi (e tratto da un podcast pubblicato nel 2017 sul sito di Repubblica) e Concetto Vecchio con Cacciateli! Quando i migranti eravamo noi edito da Feltrinelli.

Un ex aequo, arrivato alla sesta votazione della giuria, al Premio (nella foto  di Tania Droghetti la consegna dell’Aquila d’oro) organizzato da Confindustria Emilia Area Centro non accadeva dal 1999 con Paolo Mieli e Giuseppe Pederiali.

In Veleno Pablo Trincia ricostruisce, insieme ad Alessia Rafanelli, un episodio di cronaca nera avvenuto nella Bassa modenese alla fine degli anni ‘90 e che vede coinvolti 16 minori allontanati dalle loro famiglie di origine perché queste ultime sono accusate, dai bambini stessi, di far parte di un gruppo di satanisti che porta figli e nipoti nei cimiteri per compiere, insieme a un prete della zona, riti notturni, sacrifici animali e umani e violenze. Questa però è solo la prima parte della storia. Il lungo lavoro di indagine di Trincia e della Rafanelli restituisce una seconda e una terza parte fatte di assoluzioni per mancanza di prove, di ammissioni di condizionamenti psicologici da parte di psicologi, assistenti sociali, forze dell’ordine, di ricongiungimenti famigliari mancati e a volte anche riusciti.

Pablo Trincia una storia davvero difficile da ricostruire e da raccontare, mai avuto dubbi, paure, incertezze sul fatto di continuare o meno in una certa direzione che metteva completamente in discussione tutto quello che si sapeva dei ‘diavoli della Bassa modenese’ e quello che avevano detto i bambini e il modo in cui erano stati raccolti i loro racconti?

L’ossessione per questa storia è stata più forte di tutto. Mi ha spaventato tanto certo e ho avuto dei momenti di sbandamento e dei dubbi però, come si dice a volte, non sono stato io a scegliere questa storia, questa storia mi ha scelto e così le mie sensazioni hanno ridimensionato i dubbi. Mi sono sentito investito di un dovere. Io ancora oggi sono in contatto con alcuni dei ragazzi coinvolti, ormai adulti. Proprio durante il Premio Estense ho sentito un’altra fonte, sto comunque andando avanti anche dopo la fine del podcast e la pubblicazione del libro. Per me è fondamentale arrivare alla verità, io ho cercato prove di colpevolezza pesanti e se le avessi trovate le avrei raccontate ma non ho trovato niente. Ci sono dei testimoni che ancora oggi affermano che quelle cose sono accadute veramente ma continuano a non convincermi, ci sono troppi bambini in giro per il mondo che raccontano esattamente le stesse storie, il condizionamento psicologico è diventato materia di studio, è al centro di molti libri di settore.

Tu e Alessia avete cercato i 16 minori, alcuni li avete trovati, alcuni li avete incontrati e ci avete parlato, con il bambino 0 per esempio, quello da cui sono partite tutte le indagini che poi a macchia d’olio hanno coinvolto anche gli altri. Alla fine lui ha ammesso di non aver mai vissuto le esperienze che aveva raccontato all’epoca. Cosa ti senti di rispondere a quei ragazzi che invece continuano a sostenere la loro versione originale?

Io riparlo con il bambino 0 da maggio ma capisco e rispetto gli altri ragazzi, anche se mi detestano, purtroppo mi spiace e mi metto nei loro panni, non è certo facile accettare e parlare con qualcuno che mette in discussione gli ultimi 20 anni della tua vita, mi attaccano per difendersi. Però non sono solo io che ho raccontato questa storia, lo ha fatto anche la magistratura con delle sentenze in cui si stabilisce che i bambini non sono credibili.

Dopo aver letto tutte le carte processuali, guardato le registrazioni degli interrogatori dei bambini, dopo tutto questo lavoro credi ancora nel sistema dei servizi sociali e degli affidi?

Certo che sì. Io non ho mai scritto che non ci credo, anzi gli assistenti sociali e gli psicologi svolgono un servizio indispensabile, questa è una storia specifica.

Quando si arriva alla fine del libro ci si chiede perchè non ci siano state conseguenze per alcuni degli assistenti sociali e degli psicologi coinvolti

E’ una domanda che ho fatto anch’io e che è rimasta senza risposta. All’epoca la psicologa che seguì praticamente tutti i bambini era una testimone chiave e importante che non venne messa in discussione dalla procura di Modena. Oggi le cose sono cambiate, con il caso Bibbiano per esempio le cimici sono state messe nelle stanze degli psicologi, questo perché prima si dava più peso alle risposte dei bambini oggi invece alle domande che vengono poste dagli psicologi, vent’anni fa non si faceva molto caso a quello, c’è stato un cambio di cultura.

Alla fine di una storia che mette in discussione tante cose, in primis i legami famigliari, il rapporto tra fratelli e sorelle e quello genitori – figli, che possono sembrare indistruttibili ma che invece possono crollare da un momento all’altro, c’è un po’ di luce, il desiderio di ritrovarsi dopo vent’anni proprio di un fratello e di una sorella

Sì. Io da piccolo ascoltavo le fiabe in audiocassetta, una era quella della storia del vaso di Pandora e di questa donna che lo apre e tira fuori le cose peggiori del mondo e poi però alla fine esce anche un animaletto luminoso che è la speranza. Io quella ce l’ho sempre e quindi ‘spero’ davvero che certi rapporti famigliari si possano ricucire, che ci si riesca a dare delle spiegazioni, a confrontarsi.

Cosa pensi dell’ex aequo con il libro di Concetto Vecchio?

Che i nostri sono due libri che trattano argomenti apparentemente lontani ma in realtà l’anello di congiunzione sono proprio i legami famigliari. L’immigrazione poi è un argomento che mi sta a cuore. Oggi siamo contenti in due invece che uno solo.

Prossima storia da raccontare?

Quella di una donna che ha vissuto in Iraq durante la guerra con gli americani.

E’ vero che anche al centro di Cacciateli! Quando i migranti eravamo noi di Concetto Vecchio c’è la storia di una famiglia, quella dello stesso autore, i cui genitori emigrarono in Svizzera negli anni ‘60 e rischiarono di essere rimandati in Sicilia da un referendum promosso nel 1970 da un deputato di estrema destra James Schwarzenbach il cui obiettivo era quello di espellere dalla Confederazione elvetica 300mila stranieri, per la maggioranza italiani. Il referendum non passò per pochi voti. Le condizioni degli emigrati, le loro storie, gli slogan e i discorsi di Schwarzenbach raccolti nel libro ai lettori suoneranno molto famigliari.

Concetto Vecchio partiamo dall’ex aequo, cosa ne pensi?

Sono contento, Veleno è un grande libro e a Pablo Trincia va il doppio merito di aver realizzato un’inchiesta scomoda e di averla declinata su strumenti nuovi, come il podcast, strumenti di cui il giornalismo oggi ha sempre più bisogno per parlare a pubblici diversi.

Pablo Trincia ha detto che a unire i vostri due libri sono i legami famigliari, sei d’accordo?

La storia di mio padre e mia madre è decisiva per il libro, questa è una cosa che è sempre emersa dai lettori durante le molte presentazioni che ho fatto in Italia e all’estero. La verità è che noi non conosciamo la storia dei nostri genitori e di conseguenza conosciamo poco di quella del nostro paese, io sapevo poco delle cose importanti della mia famiglia, della povertà, della durezza di quell’esperienza e non sapevo niente del referendum in Svizzera del 1970.

Intervistare mamma e papà non è stato semplice, non lo è stato per loro e non lo è stato per me, bisognava mantenere la giusta distanza e metterci il giusto cuore. Il libro funziona perché unisce il racconto pubblico con quello privato.

A colpire del libro, oltre alla ricostruzione della storia dei tuoi genitori, è l’attualità che si ritrova in alcuni atteggiamenti, comportamenti, affermazioni degli svizzeri e dei politici dell’epoca

Io stesso sono rimasto sconvolto da Schwarzenbach, parlava esattamente come alcuni politici di oggi, con la stessa retorica, con le stesse frasi, come <Prima gli svizzeri>, stregava le persone, che avevano paura del diverso. Il populismo si è sempre nutrito della paura dell’altro, di colui che può minare l’equilibrio e creare inquietudine. I fenomeni di oggi hanno delle radici lontane ma non troppo.

Il 27 settembre in Svizzera si è tenuto un altro referendum contro l’immigrazione di massa, per abolire la libera circolazione delle persone e anche questa volta ha vinto il no

Quelle dell’immigrazione e della convivenza con l’altro sono questioni sempre drammaticamente attuali, questioni che hanno visto il populismo attecchire in una fetta comunque larga di società. Abbiamo la memoria corta e invece bisogna essere curiosi, ritrovare il filo della memoria e fare i conti con il nostro passato, la memoria ci aiuta a comprendere chi siamo, chi siamo stati e ci rende cittadini più consapevoli.

Gli altri due finalisti per l’Aquila d’oro erano Sospettosi. Noi e i nostri dubbi sulla scienza di Silvia Bencivelli (Einaudi) e fffortissimo di Alberto Sinigaglia (Accademia Perosi).

Come tradizione oltre al Premio Estense è stato consegnato anche il 36° ‘Riconoscimento Gianni Granzotto. Uno stile nell’informazione’ che quest’anno è andato a Massimo Franco.