IL TRAPEZISTA di Marco Gulinelli

Consigli di lettura

Marco Gulinelli, Il trapezista

(La nave di Teseo) 

Recensione di Eleonora Rossi

Il trapezista

«Un giorno avrei volteggiato anch’io sospeso tra la vita e la morte nel mio tratto di cielo1».

Il sibilo del trapezio, corpi che danzano e fluttuano sul vuoto, un manubrio appeso nel cielo del tendone. Con il naso all’insù, il protagonista del romanzo Il trapezista si abbandona all’incanto di gesti seducenti, che lo lasciano ammirato, sognante, «in preda a un forte smarrimento emotivo2».

Ma chi è il protagonista della storia? È un bambino «notturno, odia la luce». È un bambino da «salvare3».

Lo scrittore Marco Gulinelli ha scelto una metafora potente per il titolo del suo secondo romanzo, pubblicato da La Nave di Teseo nell’ottobre 2017, già in ristampa a pochi mesi dalla prima edizione: «Quel trapezio che ci viene incontro ogni volta che la vita ci propone cambiamenti, a volte dolorosi, porta il nostro nome – ha osservato l’autore in un’intervista4 -. Così tra un trapezio e l’altro si deve affrontare il vuoto del salto ed è proprio in quella sospensione, un “non luogo”, che soli con noi stessi e le nostre paure, cresciamo.

I salti si ripetono uno dopo l’altro, la vita intera è una ripetizione».

Non ci sono frasi indecise, mezze parole in questo libro: solo parole ruvide, autentiche, per raccontare conquiste interiori («conosceva il potere della vita interiore, che splende al sole molto più dei fatti5»), consapevolezze scomode, spesso sofferte; convinzioni cucite sulla pelle.

Quella che il narratore descrive come una «favola sconclusionata6», è una traversata negli abissi e tra le vette della solitudine: «Mi sentivo monco, e solo. Ci incamminammo a piedi, nudi di vita e vestiti di morte7».

La voce narrante cerca nelle persone e nei sentimenti dell’infanzia, perché «le cose che contano le osserviamo meglio a distanza8», riaccarezzando il sogno bambino di diventare trapezista.

Esperienze vissute e insieme immaginate (come sempre accade nei romanzi) trascritte sul bianco della pagina.

Rievocate, intravvedute o semplicemente fantasticate, le atmosfere s’imprimono su quella pagina come una pellicola: la scrittura di Marco Gulinelli è fortemente visiva, inanella immagini quasi fossero fotogrammi. Scene variopinte, come le «fiere della mia infanzia9», come il «circo di Alfio Brillante con i suoi stracci colorati, la musica minacciosa e spaccacuore, gli stupori, gli sgomenti, le frenetiche allegrezze, i clown e Colette la trapezista10».

Fotografie di un passato logoro, intenso e lunare – il passato randagio del piccolo «Lupo», soprannome del protagonista Marcello Codeluppi – schegge e frammenti che si affastellano nella memoria dell’io narrante alla ricerca di un senso, di una compiutezza. E la scrittura non traduce solo luoghi e colori: imprigiona odori, profumi, musiche (vere e proprie colonne sonore) e sensazioni epidermiche come il «tepore delle giornate senza futuro11».

L’autore sa sfiorare ogni corda emotiva, sa «guardare il silenzio12». Il vissuto si sublima così in visione, con la sua aura di vaghezza, di mistero, ma anche di personale ‘verità’: «La città era vuota e il sole creava uno straordinario e accecante tunnel di luce; nell’aria il profumo denso di un’estate dolente13».

Paesaggi emotivi, come l’immagine scelta per la copertina, Lido di Volano, uno scatto di Luigi Ghirri, maestro della fotografia di paesaggio. Luoghi che il lettore percorre con curiosità, restando imbrigliato nella rete narrativa, intessuta ad arte, con esche, anticipazioni e presagi, «coincidenze». Il montaggio delle sequenze rende la narrazione avvincente, ricca di attesa: il libro si legge d’un fiato, quasi con avidità; ma poi ci si ferma, si ritorna indietro per riassaporarlo a piccoli sorsi, come un vino di pregio. Per lasciarsi andare infine alla commozione.

salto

«Incoscienza e coraggio», «l’intreccio meraviglioso della vita14», sussurra una ‘voce fuori campo’, sintesi perfetta del volo del trapezista: «Esprimere un sentimento, compiere un’azione, un salto nel vuoto, e attendere la stretta del compagno». E se il trapezio e la presa finiscono per rivelarsi illusioni, la zona di transizione, resta l’unica reale: il «vuoto elettrizzante». Così Marcello Codeluppi diventerà chirurgo, per aiutare chi è sospeso nel limbo tra la vita e la morte. Per ricalibrare l’equilibrio di una vita spietata, in cui ognuno attraversa prima o poi la delusione, la paura, la mancanza. Il vuoto.

Ma anche e soprattutto una vita capace di sorprendere, di offrire un risarcimento. Una «meravigliosa ricompensa15», perché «le cose che desideri arrivano quando meno te l’aspetti16».

Così il protagonista si ritroverà tra le mani un dono: un casco da bicicletta per proteggere un altro bambino, completamente indifeso. Un bambino da prendere per mano, nella «carezza di un futuro possibile17».

Per riaffermare quello che più conta, dinanzi alle «cose che finiscono», che «non ricominciano più18».

La scelta di amare. Ancora.

 

Luigi Ghirri
Luigi Ghirri, Lido di Volano

Marco Gulinelli, Il trapezista, La nave di Teseo editore, Milano, 2017, p. 45

Ibidem

3 Op. cit., p. 13

Isabella Cattania, NeroBianco, ne l’Ippogrifo, giugno 2018

5  Marco Gulinelli, Il trapezista, p. 88

6  Op. cit, p. 255

7  Op. cit., p. 83-84

8  Op. cit., p. 194

9  Op. cit., p. 245

10 Op. cit., p. 60

11 Op. cit, p. 245

12 Op. cit, p. 50

13 Op. cit., p. 80

14 Op. cit., p. 177

15 Op. cit., p. 256

16 Op. cit., p. 208

17 Op. cit., p. 255

18 Op. cit., p. 90