Dedicato a…  José Peverati, maestro del dialetto ferrarese

Dedicato a…

José Peverati, maestro del dialetto ferrarese

 

Il 30 gennaio 2021 si è spento a 93 anni José Peverati, stimato medico e grande interprete letterario del dialetto ferrarese. A Lui la nostra associazione – insieme al Tréb Dal Tridèl – aveva dedicato, in occasione del suo novantesimo compleanno, un Quaderno dell’Ippogrifo : A tréb con Josè Peverati (a cura di E. Penoncini e M. Chiarini, Al.Ce., Ferrara, 2017).

Vogliamo ricordare José Peverati qui, con una recensione a uno dei suoi tanti libri, L’altra faza dla luna. Poesie, tratta dal Quaderno sopra citato. Le sue parole resteranno per sempre.

 

L’ALTRA FAZA DLA LUNA. POESIE

 

C’è una faccia della Luna che non si mostra, ma si cela nell’ombra.

È il lato oscuro, non visibile agli occhi, eppure presente, nascosto: nel volto della Luna, come nella vita di ogni essere umano.

Josè Peverati nella sua silloge L’ALTRA FAZA DLA LUNA. POESIE, la quarta delle sue raccolte, edita nel 1988 (Ponte Nuovo Editrice, Bologna), sembra esplorare pure quel versante remoto, misterioso: landa di sogni, di consapevolezze, a volte di malinconie.

L’altra faccia della Luna «io credo (…)/ che sia d’argento splendida e dorata,/ che contenga tesori, / tutto ciò che di bello possa esistere/ (paradiso lunare!)/ la ricetta per essere felici/ e che la tenga in ombra e ben nascosta» (L’altra faccia della Luna, p. 12-13).

E il rimando alla Luna ariostesca (che non poteva mancare nel primo Quaderno dell’Ippogrifo), suggerisce che, anche in questo caso, si tratti un “viaggio” o meglio di una Parabola: «Dapprima/ come piccolo uccello spaurito/ azzardi un cauto volo/ muovendo i passi incerti un dietro l’altro (…) e in un lampo t’accorgi/ ch’è tardi ormai, / che scivoli in discesa». (Parabola, p. 16).

Un periplo intorno alla vita, di cui l’autore attraversa alcuni passaggi cruciali.

Parole speciali le riserva ai figli, «fresche polle che «rinnovano il mistero/ della nostra esistenza» (Sorgenti, p. 20-21).

La penna del poeta riesce a raccontare la malattia (Sorgenti, p. 18-19) e la sofferenza, fermandosi in rispettoso silenzio in fondo ad un tragico dirupo: «Lui dorme tra i ferri contorti/ in quel rotolare di ciottoli/ nell’insidiosa scarpata (…) Non serve agitare bastoni/ nell’aria. Non torna» (14 novembre, p.72-73).

La poesia di Peverati «sviluppa contemporaneamente le due versioni (in lingua italiana e in vernacolo, ndr) scaturite dal medesimo stato d’animo». Fin dalle prime pagine il poeta si schermisce: «Non cercherò nella notte/ fra i tizzoni svampiti dei miei ricordi/ piccoli frammenti/ da ricomporre/ sull’altare dell’ambizione (…) Scriverò parole scarne/ essenziali/ e quando avrò combinato/ ogni possibile incastro/ riporrò la penna/ per sempre»

(Proponimenti, p. 14-15). Così scrive Peverati nei suoi Proponimenti: eppure quelle parole «scarne» ed «essenziali», i suoi «quadretti» ispirati dall’amore per i monti e per le stagioni della vita, sanno distillare una saggezza equilibrata, una filosofia della trasparenza: «Non conosco momenti/ in cui mi sembra inutile/ vivere» (Dormiveglia, p. 22-23).

La fiducia in quello che verrà lo spinge a «lasciare il dolore e la tristezza/ lo sterile rimpianto/ dietro le spalle/ correndo all’impazzata/ senza voltarmi» (Dietro alle spalle, p. 26).

In altre pagine il poeta distoglie lo sguardo dalla “realtà”, in ascolto di presentimenti, di echi del cuore. Le sue liriche sanno trasportare altrove: «Ho sognato stanotte/ una piccola valle/ incassata tra i monti come un nido» (Sogno, p. 86-87). Quel Sogno, quel luogo dolce e incantato che tanto richiama alla mente l’atmosfera di fiaba di C’era una volta di Giuseppe Ungaretti, è luce pacificante per chi legge e si pone in ascolto.

Tante sono le immagini che si rincorrono in questo volume delicato e vero, calibrato e profondo, scritto da chi sa osservare i giorni e le ore, leggerli nei piccoli segni rivelatori: in un «fantasma che passa » («sgrìsul ach passa»), in «gelide notti di pece/ col cielo ch’è orbato di stelle/ e più non v’occhieggia la luna» («e il nott i’è ‘na pegula negra/ pr un zziél senza làgram ad stell/ indov an sbarluma più luna» (Sgrisul, p. 34-35). Pennellate che s’imprimono nella memoria, che descrivono atmosfere, che evocano sensazioni.

«Attendo invano per me/ pazientemente/ anche un piccolo treno./ Non ci sono passeggeri/ sul binario morto/ della tua indifferenza» (Stazione, 38). Oppure, «Noi siamo ormai/ goffe crisalidi/ simulacri affossati/ che tendono le mani di creta» (Inquinamenti, 40-41). Romantica l’immagine del lucignolo che «muore/ baluginando/ nel fumo che svanisce» (Lucignolo, p. 46-47).

L’autore dialoga con se stesso: «Rimango nel buio a discutere da solo/ i come e i perché» (Giornata, p. 58-59). E ci regala la tenerezza di un distacco dolce, di una piccola mano da tenere e da lasciar andare: «Affidami sicuro/ questa piccola mano / che terrò nella mia/ finché ti staccherai poco a poco/ per avviarti da solo. Ti lascerò partire perché è giusto» (Dammi la mano, p. 123-124). Un viaggio solitario («da par tì»), da affrontare con un cartoccio minuscolo («un scartuzzìn apena ad poesia»).

E mentre il libro, pagina dopo pagina, s’incammina verso la fine, ecco riaffiorare La voce della mamma (La vos dla mama): «non l’ho mai perduta, la tua voce», «tutta la vita resterà con me» (La voce della mamma, p. 128-129).

L’altra faccia della Luna restituisce l’esistenza nella sua interezza. Nei pieni e nei vuoti. Nella luce e nell’ombra. Nell’amore che resta.

Quegli affetti irrinunciabili per cui il poeta dice «Grazie». Per approdare infine all’ultimo componimento, Preghiera.

Una poesia accorata, commovente, che si chiude con un verso di coraggioso affidamento: «Eco, Ssgnor, a son chì» (Preghiera, p. 130-131). «Signore, sono pronto».

 

Eleonora Rossi