L’ULTIMA PIETRA

Non si udiva ormai altro suono all’infuori del canto del vento. Ed era un canto mesto, intriso del pianto, delle grida, dei lamenti di miliardi di persone che non esistevano più. Finissime gocce di pioggia si riversavano sulla pianura e sulle colline, simili in tutto a lacrime senza fine che il cielo andava riversando sulla terra. Nubi immense, pesantissime, si trascinavano come possenti bestie agonizzanti attraverso una volta scura striata dai riflessi rossi e violacei di un sole nascosto, lontano.

L’uomo si resse in piedi a fatica, proteggendosi il viso dalle raffiche di sabbia e polvere che il vento disperdeva con stizza sul proprio cammino. Alzò lo sguardo e lo puntò dritto davanti a sé, per fissare con sgomento e rassegnazione la grande pietra obliqua che incombeva sopra i cumuli di scheggiose macerie sparse tutt’intorno.

Quella era l’ultima pietra. L’ultima pietra rimasta eretta. Presto, molto presto, anche quella sarebbe caduta.

Già la sua inclinazione appariva pronunciata, inevitabilmente destinata a concedere infine la vittoria alla forza di gravità. Qualche scossa ancora, forse una soltanto, quella definitiva, e tutto si sarebbe concluso.

L’uomo sentì prepotente il desiderio, il bisogno di piangere, ancora; ma al tempo stesso la consapevolezza dell’inutilità del proprio dolore gli aveva ormai inaridito occhi e cuore. Si guardò attorno, svuotato, ma solo per un attimo, per accertarsi che non vi fosse proprio null’altro a muoversi sulla piana all’infuori di lui. Non c’era più nessuno. Solo rovine lontane, sommità di torri consumate, ossa di metallo rattrappite, ricordi di vite cancellate dalla lavagna dell’eternità.

L’epoca dei Grandi Terremoti stava per finire. O forse sarebbe continuata per millenni ancora, per sconquassare la Terra, per trasformarla, capovolgerla, martoriarla, come più volte era già accaduto. Ma l’avrebbe fatto senza l’Uomo.

Alta più di quattro metri, pesante quasi trenta tonnellate, l’ultima pietra, l’ultimo sarsen, pareva fissare con indifferenza le proprie sorelle da tempo rovinate al suolo. Quanto ci si era arrovellati per dar loro un senso, un significato, uno scopo… Un osservatorio? Un tempio? Un immenso monumento funebre? Sì, forse: un monumento funebre, in fondo. Per l’umanità intera.

L’uomo cominciò ad avvertire un tremito sotto i propri piedi, e seppe subito che era la fine.

Una nuova scossa era in arrivo. La pietra non ce l’avrebbe fatta.

Erano rimasti solo loro – ultimo uomo, ultima pietra – per assistere alla chiusura del grande sipario. La vibrazione crebbe, si gonfiò, e con la vibrazione giunse il rombo, sempre più cupo, sempre più ossessivo, che alleandosi con il gemito dolente del vento si espanse a tuono precipitandosi a ingoiare il mondo.

Chi aveva eretto quell’immenso cerchio di pietre aveva inteso lasciare un monito, una profezia, per coloro che avessero potuto capire, o solamente immaginare, o sognare. Stonehenge, le Pietre Sospese. Sospese sul mondo, sospese sopra ogni uomo, fino alla fine. Un semplice, inesorabile conto alla rovescia. Il crollo dell’ultima pietra. La morte di un’Era.

Con uno scricchiolio greve, il sospiro di un mastodontico animale ferito, la pietra tremò, si reclinò. L’uomo abbassò il capo, nascondendo il volto fra le mani, soffocando un sorriso folle di supplica e liberazione. Poi, così come doveva accadere, la pietra lo travolse, lasciando finalmente la Terra libera di tornare a macerarsi nella propria solitudine senza sogni.

 

[Prima pubblicazione: Mystero, set. 2000]