Gianni (John) Deserri, di Michele Govoni

Gianni (John) Deserri, autore dell’immagine in copertina

L’arte non è che narrazione. E, se di narrazione si tratta, le storie che l’arte racconta sono varie,
differenti, corpose, delicate e spesso sconvolgenti. È con questo approccio che mi avvicino all’arte
di Gianni Deserri, John per gli amici più stretti, tra i quali mi annovero con orgoglio, le cui opere
Eclisse e Desaparecido sono pubblicate su questo numero de l’Ippogrifo.

Ferrarese, classe 1948, Deserri ha frequentato il liceo artistico statale di Bologna, conseguendo qui
la maturità artistica. Ha poi proseguito gli studi all’Accademia di Belle Arti nella sezione Scultura e
Arti plastiche, divenendo, all’età di 24 anni prima assistente e poi professore al liceo artistico nel
quale era stato studente e passando poi all’istituto statale d’Arte dove ha insegnato per oltre
trent’anni.
Ha partecipato, sin dalla più giovane età, a numerose esposizioni sia collettive che personali,
vincendo diversi premi sia nazionali che locali.
Sue opere di scultura, pittura e arti grafiche sono esposte in gallerie pubbliche e private.
Attualmente è responsabile dei laboratori di scultura del Club Amici dell’Arte di cui è anche
importante membro del consiglio direttivo.
L’arte di Deserri potrebbe essere definita come in continuo equilibrio tra figurazione del reale e
narrazione del profondo, essendo essa dominata dalla figura umana che ha costituito la base sulla
quale l’artista ha definito la sua evoluzione plastica e pittorica.
Un’arte del reale, la sua, che solo ad una prima impressione tende semplicemente a soffermare lo
sguardo sull’intelligibile, sull’immediato, ma che, ad una più profonda lettura, fa emergere più
marcati gli aspetti di un simbolismo personale che viene enucleato in stilizzazioni che trovano la
base nel movimento, nella sintesi e in un più forte espressionismo che permeano e caratterizzano
ogni opera.
La figura sembra così liberarsi dalla più tradizionale forma per far fluire fuori da sé l’esplorazione
dell’inconscio, della schematizzazione, di un senso di indagine tra le pieghe dei gesti, dei
sentimenti, del tempo che è movimento continuo nel proliferare di una ricerca che si basa
fortemente anche sulla varietà cromatica, nucleo, essa stessa, di dinamismo spaziale e concettuale.
Ne sono la riprova le opere ospitate nelle pagine della presente rivista.
In Eclisse un gruppo di tre cavalli è colto nel momento di un’eclissi. La resa del movimento, la
forza del tratto, il contrasto tra luci e ombre, fa della rappresentazione pittorica un emblema di
libertà e sconvolgimento, quasi a rappresentare una rassegna spazio-temporale in cui il realismo
degli animali in primo piano trova una catarsi nell’eclissi che sta avvenendo sullo sfondo.
In Desaparecido, invece, emerge tutta la forza dell’arte plastica di Deserri che realizza qui una
sintesi non solo del tema tristemente vero dei “desaparecidos” sudamericani, ma che diviene
simbolo del silenzio imposto ai nemici dei regimi totalitari da parte non solo delle stesse dittature,
ma anche dagli amici di esse.
Tema, quest’ultimo, che appare nell’opera di Deserri quasi come un’orazione civile, resa muta dai
troppi silenzi che aleggiano attorno agli ultimi della terra.
Narrazione, dicevamo in incipit di questo breve profilo, perché di racconto per segni e immagini si
parla quando ci si accosta alle opere che sono tutto, tranne che silenzio colpevole.
C’è un ultimo aspetto che mi preme sottolineare. Ed è quello letterario poetico. Se, infatti, Gianni
(John) Deserri racconta per immagini, il figlio Dario (poeta e scrittore prezioso che oggi lavora a
Berlino) lo fa con le parole, divenendo un completamento o, per meglio dire, un complemento
all’opera del padre e costituendo, così, un esempio di incommensurabile modernità.

Michele Govoni
Presidente Club Amici dell’Arte

(Gianni Deserri, Desaparecido, 1988, terracotta patinata in monocottura e resina, cm 57x29x21)

 

Testo tratto da l’Ippogrifo, dicembre 2019