Le poesie di Chiara De Luca volano con le ali di un colibrì

Giuseppe Ferrara

Intervistare un poeta è difficile tanto quanto ascoltare e comprendere i versi di un uccello. Non a caso tanti grandi poeti, a cominciare dal nostro Leopardi nel suo Elogio agli uccelli per finire con il Nobel Josif Brodskij, equiparano in modi diversi i poeti agli uccelli.

È con questo spirito dunque che affrontiamo questa intervista con Chiara De Luca.

Chiara De Luca è poetessa, traduttrice, fotografa, video maker e editrice di una casa editrice unica nel panorama nazionale con un nome che richiama il più piccolo dei nostri amici volatili, il colibrì.

E con questo possiamo bene sperare di aver individuato, nello specifico l’uccello/poeta che abbiamo di fronte, ma, attenzione, il colibrì è uccellino ingannevole a cominciare dal suo aspetto d’insetto.

Chiara traduce da inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e olandese. Ha fondato e dirige Kolibris (https://edizionikolibris.net/), casa editrice indipendente consacrata alla traduzione e diffusione della poesia straniera contemporanea. Ha pubblicato la pièce teatrale Duetti (Perdisa, Ozzano dell’Emilia, 2004), i due romanzi La collezionista(Fara Rimini 2005) e La mina (stra)vagante (Fara, Rimini, 2006). In poesia sono state pubblicati i poemetti La notte salva(2006) e Il soffio del silenzio (2009), Il mondo capovolto (2010) più le raccolte poetiche La corolla del ricordo (Kolibris, 2009, 2010), Animali prima del diluvio (Kolibris 2010) e Alfabeto dell’invisibile (Samuele, 2015). Nel 2017 ha pubblicato l’antologia bilingue La somma di ogni ritorno/The Sum of each Return, nel 2018 la raccolta di versi in prosa o prose in versi Il mondo è nato e l’e-book di poesie La nudità della luce. Ha curato l’antologia Nella borsa del viandante. Poesia che (re)siste (2009) e pubblicato la raccolta di saggi A margine dei versi. Appunti sulla poesia contemporanea (2015). Ha creato la rivista Iris News http://irisnews.net, dedicata alla traduzione poetica, al bilinguismo e alla letteratura della migrazione (sic!) e a sua firma sono traduzioni di una settantina di raccolte poetiche, diversi romanzi e qualche raccolta di saggi. Una delle ultime, La materia della poesia del poeta portoghese Nuno Júdice, si è aggiudicata il prestigioso premio Camaiore per la traduzione poetica. Per finire Chiara collabora e anima alcune riviste cartacee e digitali del settore e ha collaborato con la rivista Poesia di Nicola Crocetti.

Da queste note biografiche del colibrì, dal colore del piumaggio e dai suoi versi versatili e variegati si capisce quanto sarà difficile… osservarlo, catturarlo, comprenderne il canto. Ma ci proviamo.

Chiara ci aspetta nella sua casa/libreria/nido: osservare l’intreccio alla sommità dell’albero/palazzo e scorgere le pareti bianche dei libri Kolibris non può non rimandare ai torrioni e alle mura di Ferrara e alla Musa pentastellata della città metafisica per eccellenza.

Quando e dove hai cominciato ad ascoltare il canto dei tuoi versi?

Non ricordo esattamente quando. Forse il canto è nato con me. Sicuramente da quando ho imparato a leggere e mi sono imbattuta nelle prime poesie (Montale, Quasimodo, Ungaretti) nella biblioteca di mia madre, ho sentito l’impulso a provarci anch’io. Ma non sapevo esattamente cosa stessi cercando di fare. Poi ho sempre continuato a scrivere: racconti, poesie, romanzi, pensieri, deliri. Leggevo, leggevo, leggevo e scrivevo nel mio laboratorio. Forse le prime poesie vere e proprie, più consapevoli e strutturate, sono nate intorno ai vent’anni, dopo anni di palestra di letture onnivore e traduzione. Prima scrivevo molto di più, molto più di getto e arginavo il fiume in un secondo momento. Adesso scrivo molto meno, solo nell’urgenza, e le parole sono già forgiate nella fucina della mia mente. È come se avessi interiorizzato il canto. Ormai lo sento sempre, s’insinua in ogni mio discorso scritto. Faccio scivolare endecasillabi anche nelle mail di lavoro e negli sms di servizio. Non uso mai abbreviazioni neppure se sto andando in stazione e rischio di perdere il treno. Non posso mai spezzare il canto. Ogni parola è sacra.

E quando hai cominciato per così dire a tacerli per dedicarti alle immagini?

Chissà, forse i versi non tacciono del tutto neppure quando scatto, cioè scrivo con la luce. La fotografia nasce dalla stessa urgenza della scrittura. Quando ho in mente una foto non ho pace finché non l’ho scattata. Altre volte è la realtà che m’impone all’improvviso la visione. La passione/ossessione per la fotografia è iniziata abbastanza tardi, negli anni universitari. Portavo sempre con me una digitale compatta, per fotografare paesaggi e situazioni, le forme dell’acqua e i disegni della luce, ma soprattutto gli amici di allora. Ho distrutto generazioni di compattine. Intorno ai trentacinque anni ho potuto acquistare la prima reflex, una entry level, e ho iniziato a lavorare molto sull’autoritratto. Inizialmente lo facevo per me. Avevo vissuto dieci anni di anoressia e autolesionismo e altrettanti per uscirne. Prima degli animali, lo sguardo della macchina è stato l’unico in grado di restituirmi a me stessa, di restituirmi il mio corpo, in modo che potessi vederlo dall’esterno come qualcosa che non mi apparteneva, di cui potevo prendermi cura. L’anoressia è il tentativo di eliminare la barriera del corpo, che si frappone tra noi e l’altro, impedendogli di vederci. La fotografia è in grado di vedere come l’anima parla attraverso il corpo, così non siamo più costretti a scegliere tra l’essenza e il suo incarnarsi. Anche se poi nelle foto la maggior parte delle persone vedranno tutt’altro, perché il filtro è sempre nello sguardo.

Dopo essermi esercitata su di me, ho iniziato ad aggirarmi in cerca dell’anima altrui, spiando le persone per la strada, gli amici, i miei cari, la natura, gli animali. Immagino che sia per catturare il leprotto Titti e il giaguaro Eva (sono i suoi cani, ndr) che ho acquistato una reflex APS-C, la Canon EOS7D con raffica di 10 scatti al secondo. Negli ultimi anni ci sono stati periodi di buio in cui il mondo mi ammalava, ma dietro l’obiettivo mi sentivo in salvo. Mi portavo la bellezza a casa e me la riguardavo nel nido.

Con la reflex al collo sono un supereroe, come quando corro con Eva per le strade della città al risveglio, per raggiungere il silenzio della campagna. Ogni volta che inizio a svanire per il disamore la Canon, detta Canny, mi rimette a fuoco.

Gli storni ti hanno sempre affascinato (c’è un video bellissimo che hai girato in proposito: https://www.youtube.com/channel/UCAyTq_WiysNEVBfoMhStxsg/videos?disable_polymer=1). Sembra che il mondo animale, la sua libertà e il suo movimento rispetto a quello umano abbiano per te una grande importanza, forse anche di più della tua stessa casa.

Sì, mi affascinano gli uccelli in generale. Al di là dell’arte a me preclusa di volare, degli uccelli in stormo ammiro il loro essere uno e tutto, grazie a quel radar interiore che ne modula l’unisono del movimento sia quando sono insieme, sia quando si allontanano per un volo all’apparenza individuale, mentre invece si muovono nella stessa direzione. Agli storni devo molto. Qualche anno fa, in un momento molto difficile, in cui ogni emozione sembrava essersi spenta a seguito di un trauma, il loro passaggio nel cielo mi riempì gli occhi di acqua salata e mi fece trottare il muscolo rosso all’impazzata. Fu un ritorno alla vita. Da allora la stagione degli storni è sempre una festa. So che hanno ogni volta un messaggio diverso da comunicare, e alzo gli occhi per decifrarlo. Ho imparato a riconoscere lo stormire d’ali che prelude al trionfo di caleidoscopiche figure che disegnano nell’aria con le loro sorprendenti evoluzioni di ballerini alla Scala del cielo. Il giorno che ho girato quel piccolo video ero in casa a scrivere, quando ho sentito il loro richiamo. Ho preso subito Canny, che è sempre accanto a me sulla scrivania e sono corsa ad aprire l’oblò della mia nave al largo del cielo. E loro erano lì, come piccoli pirati dell’aria, a invadere i tetti e i comignoli delle case, a tracciare sul foglio bianco del cielo le lettere dell’alfabeto della gioia. Nei giorni successivi li ho incontrati più volte durante le mie fughe canine. Finché il giorno dei morti, mentre tornavo con mia madre dalla Certosa, ci hanno scortate lungo tutta la bellissima Corso Ercole D’Este, per poi piroettare in cima al Palazzo dei Diamanti. Ho immaginato che fossero le anime dei morti. Me li figuro così gli esseri umani una volta liberati dal corpo, quando ogni distinzione è stata annullata dalla morte: uguali, capaci di empatia e legami sinceri.

Gli animali mi hanno salvato più volte la vita. Nell’abbandono c’erano sempre e soltanto loro. Con la loro dolcezza mi ricordano quella che ero e che con loro di nuovo sono. Gli animali sono diventati la mia casa, soprattutto da quando è arrivato il primo cane, il 2 febbraio del 2011, cui è seguito un gatto e poi un altro cane, che hanno tutte le sfumature del rosso, dal tan di Titti, al biondo rame del gatto Sunny, al mogano della setter irlandese Eva. Prima sono sempre stata una senzatetto, che vagava di città in città e di casa in casa (ne ho collezionate venti), cercando invano ospitalità nel cuore delle persone. L’arrivo di Titti, piccolo incrocio tra una fennec, un furetto, un topolino, un leprotto e un cerbiatto, ha segnato la fine dell’epoca migratoria a.C., avanti Cane, e l’inizio dell’epoca d.C., dopo Cane, l’epoca stanziale, in cui ho trovato casa come un insetto nelle perle d’ambra dei suoi occhi. Grazie alla compagnia dei cani mi sono avvicinata con una nuova consapevolezza al mondo naturale. Trovandomi in difetto rispetto ai 300 milioni di recettori olfattivi del loro tartufo, ho iniziato ad aguzzare i sensi, a guardare le cose con aumentata attenzione, a spiare le variazioni della luce e i segnali del passaggio delle stagioni. Ho imparato a rotolarmi nell’erba, a scivolare di schiena lungo le discese, a osservare le cose dal basso, dalla prospettiva degli insetti. Ho imparato a correre e a giocare nell’attimo presente, senza pensare a niente.

In molti pensano che chi vive con gli animali sia un asociale, uno che sceglie la via comoda per colmare qualche lacuna affettiva, perché incapace di rapportarsi con i suoi simili. Ma è solo invidia e ignoranza. Gli animali d’altra specie non sono un ripiego dell’animale umano, ma qualcosa di altro e grandioso e di complementare. La prossimità costante con il mistero degli animali d’altra specie, con la loquacità del loro profondo silenzio, t’insegna ad accettare l’altro individuo per quello che è, ad amare il diverso pur senza avere la pretesa di capirlo fino in fondo. Ogni animale ha una sua personalità e un suo carattere, ognuno ha una sua intensità di sentire e un suo mondo affettivo. Gli animali non amano incondizionatamente. Ti amano nella misura i cui riesci a trovare una chiave per comunicare con loro, nella misura in cui sei sincero. Altrimenti ti seguono per opportunità e convenienza. Il rapporto con gli animali va costruito giorno per giorno, tra prove ed errori, esattamente come i rapporti umani, solo che non hai il supporto del linguaggio verbale per mentire, spiegare, correggere, ritrattare. Hai soltanto i gesti le azioni, gli sguardi e le emozioni. Non puoi fingere sentimenti che non hai, perché gli animali li annusano nell’aria con i tuoi umori, con la fluttuazione dei tuoi stati interiori. Gli animali sono esigenti, chiedono impegno e dedizione. Quando stai facendo qualcosa di importante con loro, come saltare nelle pozzanghere, rotolarti nell’erba, correre come un bambino, non puoi metterti a telefonare o a spippolare sui social, perché i tuoi compagni ti richiamano subito al piacere di essere insieme. Tutto questo ti abitua a essere molto più esigente e selettivo nei rapporti in generale. Viziata dagli animali, mi aspetto l’assoluto dai rapporti umani. Nel sacrario della mia solitudine vivo così bene che lascio entrare soltanto chi porta luce ulteriore.

Hai conosciuto e frequentato molti poeti, vivendoli sia come colleghi che come autori della tua casa editrice. Potresti dirci come è cambiata (se lo è), secondo te, la figura del poeta e come tu stessa sia stata cambiata, sia come poeta che come editrice, da questo eventuale cambiamento?

Da quando avevo 11 anni ho imparato a non aspettarmi nulla dagli esseri umani, per non restare mai delusa, ma più volte sorpresa. I poeti sono esseri umani come tutti gli altri, solo che hanno deciso di raccontare emozioni, sentimenti, esperienze in forma scritta. La scrittura poi richiede una buona dose di egocentrismo, che a volte sfugge di mano e induce a prendersi troppo sul serio. Molti poeti sono concentrati in modo ossessivo su se stessi e sulla propria realizzazione, e non sono in grado di ascoltare gli altri, o non sono interessati a farlo. Per molti di loro la poesia e la scrittura sono prima di tutto strumento di ricerca di vana gloria: recensioni, contatti, inviti, riconoscimenti, amicizie convenienti. I social hanno accentuato questa tendenza all’auto referenzialità maniacale. Ma la poesia ti restituisce poco dal punto di vista materiale. Di qui, penso, la diffusa insoddisfazione, l’odio, l’invidia, le guerriglie che avvelenano la società poetica.

Per quanto mi riguarda, la poesia mi tiene in vita. Non saprei che cos’altro chiederle. Quello che m’interessa è costruire qualcosa insieme a persone affini, unite da un ideale comune. Mi nutro d’incontri autentici, con le persone con cui collaboro, in Italia e in giro per il mondo, e con gli autori che mi hanno affidato le loro opere. Quando c’è stima reciproca e fiducia e un filo d’empatia si lavora meglio a un progetto condiviso, specie quando il lavoro coincide con la tua vita e il tuo respiro e non c’è molto da guadagnare per nessuno. Io non pretendo mai d’incontrare il poeta perché si fa così, perché conviene. M’interessa il libro. Non voglio imporre le amicizie, i caffè, le appartenenze come condizioni. Voglio che le persone si sentano libere come gli storni di volare insieme ognuno nel suo cielo. E succede che a Kolibris approdino sempre persone fuori dagli schemi, attratte dal respiro migratorio, dal catalogo ventoso, aperto nelle più svariate direzioni, senza linee guida né pre- e proscrizioni. Nella libertà capita spesso che ci si trovi da essere umano a essere umano.

Non vogliamo che tu ci descriva la tua poetica sarebbe come dire al fungo (il corpoforo) di parlarci del micelio e del bosco nel quale è cresciuto. Ma dacci, piuttosto, qualche parola chiave.

Potrei prendere l’incipit di una poesia della mia raccolta Versi animali, scritta nella testa un giorno che correvo senza la mia setter: <Malia dell’anima che lima / i mali dalle ali, / mia anima animale / mi manchi tra le mani>. Le ali, l’anima, gli animali. Il male, l’assenza, le mani. La musica e la corsa. Aggiungerei la casa (anche se come dicevamo è già negli animali), il viaggio (che è nel volo). Il battito del cuore quando corri. La libertà: le ali.

A proposito di questo una poetessa americana dice che il mondo non è fatto di atomi molecole, micelio, alberi ma di storie. Quali potrebbe essere una storia archetipica per rappresentarti?

Secondo una leggenda del XIX secolo, la verità e la menzogna un giorno si incontrarono.
La Menzogna dice alla Verità:
<Oggi è una giornata meravigliosa!>
La Verità guarda verso il cielo e sospira, perché la giornata è davvero bella. Trascorrono molto tempo insieme, arrivando infine accanto a un pozzo.
La Menzogna dice alla Verità:
<L’acqua è molto bella, facciamo un bagno insieme!>
La Verità, ancora una volta sospettosa, mette alla prova l’acqua e scopre che è davvero molto bella.
Si spogliano e iniziano a fare il bagno.
Improvvisamente, la Menzogna esce dall’acqua, indossa i vestiti della Verità e fugge via.
La Verità furiosa, esce dal pozzo e rincorre la Menzogna per riprendersi i vestiti.

Ma il Mondo, vedendo la verità nuda, distoglie lo sguardo, con rabbia e disprezzo.
La povera Verità ritorna al pozzo e scompare per sempre, nascondendo la sua vergogna.
Da allora, la Menzogna gira per il mondo, vestita come la Verità, soddisfacendo i bisogni della Società… perché il Mondo, in ogni caso, non nutre alcun desiderio di incontrare
la Verità Nuda

Quale frase, verso o parola serve a proteggere e prendersi cura della tua infanzia?

Si dovrebbe riflettere a lungo per parlare
di certe cose che così si persero,
quei lunghi pomeriggi dell’infanzia
che mai tornarono uguali – e perché?

Dura il ricordo –: forse in una pioggia,
ma non sappiamo ritrovarne il senso;
mai fu la nostra vita tanto piena
d’incontri, arrivederci, transiti

come quando ci accadeva soltanto
quel che accade a una cosa o a un animale:
vivevamo la loro come una sorte umana
ed eravamo fino all’orlo colmi di figure.

Eravamo come pastori immersi
in tanta solitudine e immense distanze,
e da lontano ci chiamavano e sfioravano,
e lentamente fummo – un lungo, nuovo filo –
immessi in quella catena di immagini
in cui duriamo e ora durare ci confonde.

Rainer Maria Rilke

e quale frase, verso o parola oggi fa lo stesso con quello che sei diventata?

Sono in questo senza fine senza
solitudine un animale di luce accerchiato
dai suoi errori e dal suo fogliame:
ampia è la selva: i miei simili qui
brulicano, arretrano o trafficano,
mentre io mi ritiro accompagnato
dalla scorta che determina il tempo:
onde del mare, stelle della notte.

Pablo Neruda

La musica è un’altra delle tue passiossessioni (termine espressamente inventato per questa intervista). Cosa pensi del nuovo scenario rap/trap e delle barre dalle pretese fortemente poetiche e prepotentemente ritmiche e rimate?

È una domanda difficile… Ascolto di tutto, dal pop alla classica, dal jazz al rock, dal country al folk all’hard rock, dalle canzoni dei cartoni animati alle canzoni popolari, dalla musica celtica alle ninnananne per bambini… a seconda del momento, dello stato d’animo, di quello che sto facendo… La musica è la colonna sonora della mia vita. Ma la mia vita non è molto al passo coi tempi. Non conosco abbastanza le più recenti tendenze della musica rap/trap per poter giudicare. Quel che ho orecchiato per ora non mi ha ispirata ad approfondire l’ascolto. Ma sicuramente è una cosa da fare!

Una giovane poetessa italiana, Giulia Martini dice che oggi il gesto politico da sempre individuale rischia di perdere forza e potere se non crea una rete nel mondo attuale. Tu cosa ne pensi? Il poeta resta e dovrebbe restare un… passero, o se preferisci, un colibrì solitario?

Io sono refrattaria a qualsiasi forma di appartenenza, perché finisce inesorabilmente per imporre vincoli e viziare le prospettive. Oggi molti autori rinunciano alla libertà intellettuale, facendosi strumento e megafono del potere politico (anche perché questo è presupposto per avere facile seguito e pubblicare in certi contesti). L’Opera per questi autori diventa secondaria, a sua volta strumento di affermazione individuale. Secondo me il poeta (l’artista in generale), farebbe meglio a tenersi fuori da branchi di barracuda e sardine e a rifiutare con orrore questo meccanismo uniformante, se vuole preservare la libertà che gli permette di guardare il mondo senza il filtro dell’ideologia, di raccontarlo senza fare degli esseri umani vessilli e bandiere di una presunta causa comune, o peggio, della propria causa individuale.

La poesia è il colibrì, che spostandosi di fiore in fiore porta il polline necessario a far nascere altri fiori. Il poeta è più simile a un gabbiano (o a uno storno), che anche quando vola da solo nel suo verso, è comunque connesso ai fratelli nello stesso volo verticale, in una appartenenza che è ideale, svincolata dal caos d’ipocrisie e opportunità cui è ridotto il discorso politico attuale e dal sistema di favori, amicizie e appartenenze su cui si fonda l’attribuzione del merito nella società letteraria.

Sei molto selettiva come editrice. Potresti raccontarci come hai scoperto Francesco Benozzo (che dal 2015 è rientrato nella rosa dei candidati al Nobel per la Letteratura ) ed è legato alla tua casa editrice praticamente con un contratto esclusivo.

Ho conosciuto Francesco Benozzo quando facevo il dottorato di “letterature dell’Europa unita” all’Università di Bologna. Benozzo è ricercatore di Filologia romanza nella stessa Università, il suo studio era di fronte allo studiolo di Scienza della traduzione dove mi appollaiavo io, al penultimo piano della facoltà di Lingue e letterature straniere in Via Santa Maria, da dove si vedevano i tetti delle case circostanti. Ci siamo conosciuti perché eravamo sempre gli ultimi a fuggire quando la voce metallica dell’altoparlante annunciava l’imminente chiusura dell’edificio la sera. M’incuriosiva quel personaggio così dedito alle sue ricerche, appassionato del suo lavoro, come se fosse un po’ nel suo mondo, come io stavo nel mio. Ci è capitato spesso di chiacchierare di traduzione e un giorno mi ha passato alcune cose sue da leggere, che mi colpirono molto. Quella di Francesco è una voce poetica unica, fuori da tutti gli schemi, le scuole, le linee, le tendenze, una poesia epica, che ha il respiro degli appennini e la stratificazione dei sedimenti geologici. Francesco non pensava a pubblicare, affidava le sue poesie alle corde della sua arpa. Quando poi qualche anno dopo ho aperto edizioni Kolibris, mi sembrava l’occasione buona per cercare di convincerlo. E dopo lunga attesa ci sono riuscita. A oggi abbiamo pubblicato quattro suoi poemi, tutti in edizione bilingue e una raccolta di saggi sulla sua poesia.

Passiamo a qualche domanda sulla tua principale attività di traduttrice. Un tempo si diceva che esistono solo due tipi di traduzione: quelle brutte e fedeli e quelle infedeli e belle. Esiste una terza via? O meglio quale è la tua via?

Non credo che esista una traduzione infedele e bella. La si dovrebbe chiamare semmai variazione sul tema. Quando si traduce ci si deve fare da parte, senza cercare di sovrapporre o sostituire la propria voce autoriale a quella dell’autore originario. Il che non significa fare una traduzione pedissequa e priva di ritmo e musicalità, come lo sono tante traduzioni brutte e fedeli. La musica in poesia è l’elemento fondamentale. Perciò il mio obiettivo quando traduco è quello di rispettare il senso veicolato dalla lingua di partenza, cantandolo però su uno spartito nuovo, composto cecando in italiano una musica quanto più possibile corrispondente a quella dell’originale.

In Italia non possiamo che registrare, amaramente, uno scarso interesse per la poesia spesso sostituito con un interesse social per il personaggio o il performer poetico. Nel Regno Unito invece accade che le vendite nel settore propriamente poetico abbiano registrato un picco inaspettato: l’anno scorso due terzi degli acquirenti avevano meno di 34 anni. C’è qualcosa da rimproverare alla nostra editoria e alla nostra agenda culturale?

Non è che ci sia scarso interesse per la poesia, anzi, trovo che sia in crescita. Gli articoli di poesia e sulla poesia di qualità trovano spesso migliaia di lettori. È che la poesia resta per lo più affidata al passaggio di mano in mano, al lacerto, al messaggio in bottiglia, al post-it, alla trascrizione sul diario… Quindi al numero di letture parziali non corrisponde una vendita di libri altrettanto ingente. I libri di poesia sono long seller, che prendono strade misteriose e strane (spesso ci ordinano titoli uscito 7-8 anni fa), ma difficilmente fanno il botto di vendite all’uscita. Il pubblico della poesia è sempre lo stesso. Non ho notato un calo delle vendite a seguito dell’entrata in scena dei produttori di poesia trash. Anzi, negli ultimi anni le vendite di Kolibris sono molto aumentate, soprattutto nel settore della poesia straniera, dove facciamo un lavoro di ricerca unico nel panorama editoriale italiano, proponendo in edizione bilingue sia poeti affermati a livello internazionale, che voci più giovani o meno note, ma non meno interessanti, della letteratura europea ed extraeuropea. Ho notato anche un aumento della collaborazione da parte delle librerie, sia indipendenti che di catena, e un interesse crescente da parte dei lettori, che sanno dove trovare la poesia anche se gli spazi e tempi a sua disposizione nelle librerie sono ridotti. In molti acquistano online, altri preferiscono ordinare in libreria, altri ancora ordinano direttamente da noi, spesso riordinano lo stesso titolo per farne dono agli amici. Considero Kolibris una casa editrice apolide come me, che accoglie il volo delle più svariate poetiche migrazioni e attira lettori alati e curiosi, con i quali, quando è possibile, amo interagire personalmente, per ricevere pareri, consigli e suggestioni.

Il fenomeno della “creazione” dell’autore è sicuramente interessante dal punto di vista sociologico. Con l’avvento dei social la fabbricazione del personaggio è diventata abbastanza semplice. Molte persone hanno fame di modelli da seguire, con i quali identificarsi e sui quali proiettare le proprie aspirazioni. L’essenziale è infilare frasi a effetto e inanellare concetti immediatamente condivisibili, per produrre facili emozioni. Così sono nati gli instapoets e i vari influencer della letteratura. La grande editoria ha preso la palla al balzo. Quando si ha un logo importante alle spalle o qualche collaborazione eminente, la moltiplicazione dei follower è assicurata. È logico che una grande azienda cerchi il profitto. L’errore consiste nel non fare una netta distinzione tra poeta e paroliere, tra poesia e pappina, creando delle collane dedicate. Trovo però più ingannevoli i poeti all’acqua di rose, che strizzano l’occhio all’immediatezza a tutti i costi, attribuendosi una improbabile letterarietà. Ma credo che né gli uni né gli altri abbiano sottratto lettori e opportunità ai poeti autentici. Già da anni nelle collane delle major non compaiono grosse novità. Non penso che se non pubblicassero gli instapoets e gli influencer si metterebbero a fare scouting e a leggere manoscritti, anche perché ne ricevono una fiumana.

La poesia persiste e resiste – come sempre – in molteplici forme e in una una moltitudine di piccole realtà che fanno un lavoro di qualità e che hanno un proprio pubblico. È ovvio che non sarà mai numeroso come quello degli instapoets. Se uno vuole il pubblico degli instapoets è presto fatto: basta rinunciare al proprio talento, tradendo il ristretto manipolo di eroi cui da sempre la poesia si rivolge. Ma il lettore abituale di poesia non si lascia ingannare: ha fame di parole sostanziose. Se poi tutti i poeti si mettessero a leggere poesia sarebbe la rivoluzione.

Per finire un’ultima domanda dove volano il colibrì e Kolibris. Quali saranno i nuovi versi del futuro? Greta, le sardine e i giovani perché dovrebbero trovare il tempo di leggere le poesie se hanno l’urgenza di salvare il pianeta?

Ci sono molti progetti in corso e molti sono di Donne, per la maggior parte opere prima. Qualche giorno fa sono usciti due libri molto belli, Figli segreti, opera prima di Eloisa Ticozzi, e Ode from a Nightingale, di Federica Galetto, che ha affidato a me l’onore della traduzione italiana. In uscita abbiamo Quale confine, opera prima di Gabriella Grasso, Monologo addosso, opera prima di Elena Cornaggia, Un tempio per il dio ignoto, opera prima della scrittrice di origine iraniana Vida Bardiyaz, Il vangelo secondo Maria, di Lodovico Balducci, poeta e oncologo di fama mondiale, che da molti anni vive negli Stati Uniti.

Nelle collane di poesia straniera sono in uscita Nomade e in preparazione Tu sei qui, del poeta portoghese João Luís Barreto Guimarães, che a febbraio sarà ospite del festival Ritratti di poesia di Roma. A dicembre usciranno Un soleil que j’essaie d’écrire/Un sole che cerco di scrivere, raccolta antologica di poesie, prose e fotografie del poeta e fotografo siriano Khaled Youssed; Materia di lentezza del poeta africano Omer Massem; Le labbra e la sete del belga Yves Namur, di cui a gennaio 2020 pubblicheremo anche Rannuvolamenti del cuore.

Molti altri progetti sono in preparazione per i primi mesi del 2020, tra cui un’importante antologia di poesie scelte del grande poeta scozzese Edwin Morgan; Ci risiamo, ultima raccolta poetica di Pat Boran; L’arte di cadere, straordinaria opera prima della giovane poetessa gallese Kim Moore; Corpi in marcia, della poetessa brasiliana Simone De Andrade Neves; Ultimi fuochi nella notte, testamento poetico di Liliane Wouters e Partenze di fuoco di Werner Lambersy, due delle maggiori voci della poesia belga contemporanea e una antologia poetica dello spagnolo Miguel de Unamuno.

Nella collana di narrativa antracite sono in uscita Un’infanzia irlandese, memoir di Pat Boran, poeta, scrittore e direttore della prestigiosa casa editrice irlandese Dedalus Press e La prova del fuoco, romanzo dello scrittore austriaco Erns Weiß.

Inoltre stiamo per avviare una collana di fiabe popolari da tutto il mondo!

Greta, le sardine e gli altri ribelli autorizzati dovrebbero leggere poesia più che altro per salvarsi dalle strumentalizzazioni del potere. Credo che questo clima da perenne gita scolastica non porti a niente di nuovo. Finché non salvi te stesso e la tua libertà di pensiero non puoi salvare neppure i piccioni de tuo quartiere.

Chiara deve portare a passeggio i suoi amati cani. Ci fa capire che l’intervista dovrà interrompersi. Speriamo che si tratti di un semplice giro tra le mura e non di una migrazione.

Ci dispiacerebbe veder volare via il colibrì dalla sua casa/libreria/nido del suo albero/palazzo. Dobbiamo molto a questo piccolo uccello che continua a cantare, tradurre e guardare dall’alto la sua amata città.