Pedalando

La vecchia caffettiera borbottava, sembrava brontolasse con quella miscela di orzo e caffè che faticava a trasformarsi nella bevanda mattutina capace di riscaldare e riattivare il corpo.

«Ci vorrebbe un’orziera, ma non c’è l’ho: mi manca» si rammaricava un po’ sconsolata. «Mancano anche una terrazza con vista mare, il sole, un tavolo apparecchiato con frutta fresca, yogurt, succhi di frutta e dolcetti, ma una colazione così te la puoi permettere solo in vacanza…e la vacanza, oggi, manca proprio!».

Con una mano sollevò il coperchio azzurro della scatola di latta, afferrò un biscotto tondo spolverato di zucchero a velo e le dita non esitarono a truffarlo nel caffè per poi tirarlo su con un veloce movimento del polso. Era inzuppato al punto giusto quel dolcetto dal colore giallastro, frutto dell’impasto di banana e zenzero.

«Chissà quale sarebbe il gusto di questi biscotti se tra gli ingredienti ci fosse anche l’uovo – rifletté – quel sapore posso solo immaginarlo, mi manca. Ma manca anche un quarto alle otto, basta rimuginare, non c’è più tempo!» realizzò.

In fretta e furia si infilò i jeans con una camicetta bianca, indossò anche un maglioncino ed era pronta per recarsi al lavoro.

La solita fila interminabile di auto, in una profana processione imprecante davanti al cancello di casa, la obbligò ad inforcare la bici.

Il vociare canzonante di studenti di ogni età e lo sguardo teso degli adulti, in lotta contro il tempo come lei, l’accompagnarono durante il tragitto verso il lavoro.

La lentezza della fila al semaforo si contrapponeva ai movimenti scattanti e alle imprecazioni degli automobilisti impazienti e nervosi.

Sì respirava fretta, la stessa fretta frusciante e frenetica che frantuma la città ogni mattina.

«Manca il tempo o lo usiamo male?» si chiese ferma al semaforo rosso.

A quale tempo si riferiva poi, a quello oggettivo che si misura con orologi di precisione, a quello cronometrato ai centesimi di secondo che sancisce una vittoria e declama sconfitte, o a quello vissuto che forse per definizione non è mai afferrabile, perché in un attimo si trasforma dall’attesa del futuro al ricordo del passato, passando per un presente che spesso ci sfugge di mano e ci manca.

«Manca poco, devo essere al lavoro» rimuginò.

Il verde del semaforo in un attimo le attivò i muscoli delle gambe, che si misero a pedalare veloci ed i pensieri iniziarono a galopparle nella mente e ricomparvero come spot, apparentemente sconnessi l’uno dall’altro.

«Manca l’odore del mare stamattina» si rammaricava, mentre le sue narici avvertiamo chiaramente la puzza dei gas di scarico emessa dalle auto che la assediavano.

«Mi manca la sabbia che scotta sotto i piedi mentre ritorno a passi veloci da una passeggiata sul lungo mare con un pugno di conchiglie in mano.

Mi manca una distesa di sabbia su cui scrivere parole che spariranno inghiottite dal blu delle onde o accarezzate dal vento. Parole condivise custodi di un tempo personale.

Mi manca un tempo per me, eh sì anche questo oggi mi manca.

Anche mia nonna mi manca però».

Riemersero dai ricordi Il suo viso, con i lunghi capelli bianchi racchiusi in uno chignon e le sue mani così veloci a trasformare zucchero e spremuta di arancio in caramelle artigianali dalle forme sempre diverse.

«Anita dove ti sei nascosta? È l’ora della terapia» le chiedeva implorante suo figlio.

«Manca l’ultima razione di zucchero da caramellare e arrivo» rispondeva avvolta da uno scialle di lana, azzurro e bianco, fatto a mano rifinito con un pizzo di Sangallo e prima di mezz’ora non si faceva viva.

La pelle ruvida e rugosa, i capelli bianchi, le macchie marroni sulle mani non avevano calmato quel temperamento da adolescente ribelle; il tempo aveva segnato il corpo e lasciato inalterato il suo modo di essere.

Il tempo a volte passa e cola come se fosse una macchia di colore, che caduta su una tela, copre alcuni particolari del dipinto e ne salva altri. A sua nonna, il tempo, aveva salvato l’accento toscano e lo spirito ribelle dei suoi quindici anni.

Smise di pedalare, all’improvviso era giunta nei pressi di un passaggio pedonale: «Quanta gente! Deve essere appena arrivato il treno» pensò, nello stesso istante le sue mani fermarono energicamente la bici e pure i suoi pensieri sparsi, si fermarono.

Solo per un attimo però.

Mancano i guanti sulle mani rosse e intirizzite, che avevano faticato a tirare i freni del manubrio. Non le mancano i pensieri però quella mattina e i pensieri la portarono in un luogo di vacanza tra il verde delle montagne, in un’estate lontana nel tempo.

Mancava il treno in quel pomeriggio in cui il blu del cielo era ornato da piccole nuvole bianche che facevano capolino tra i monti. Mancava il treno in quella stazione ai piedi delle Dolomiti.

Solo per 2 minuti aveva perso quel treno! La mano sinistra sulla fronte spostava bruscamente la frangetta bionda, la mano destra rassegnata a rimettere il biglietto nella tasca dei pantaloncini rosa, gli occhi fissi sul display per capire quando sarebbe partito il convoglio ferroviario successivo in quel luogo che non le era affatto familiare.

Ore dopo, sudata e spettinata, sistemò la valigia nera con i manici verdi nello spazio tra le due sedute e si lasciò cadere su una poltrona di un vagone di seconda classe. Aprì un libro, ma lo sguardo le cadde su chi aveva di fronte. Di fronte a lei per la prima volta c’era lui con i capelli neri e corti, una barba ben curata da cui facevano capolino due occhi di un colore indefinito tra il marrone ed il verde. Quegli occhi le ricordavano il colore della terra delle campagne emiliane in cui era nata al tempo in cui crescono i primi fili d’erba.

Sorrise. E dopo 30 anni il nistagmo congenito del suo sguardo trova ancora pace posandosi su quegli occhi in cui ora chiaramente vede le piante ed i frutti che insieme hanno seminato e fatto germogliare nel tempo.

«Manchi un treno per due minuti, sali su un altro e a volte basta per cambiarti la vita. A volte anche un secondo può bastare»

Ripensò all’Arminuta, il libro che stava leggendo, in particolare riandò con la mente alla cruda descrizione della morte di Vincenzo. Manca il tempo per salutare a volte, per abbracciare, chi non si rivedrà mai più. Anche lei lo sapeva bene. Un secondo, forse la distrazione di un secondo e qualcosa dato per scontato improvvisamente manca.

«Manca la figurina numero quarantotto nell’album dei calciatori» le aveva detto anni prima suo figlio e tutte le altre attaccate al posto giusto all’improvviso sembravano perdere di valore davanti a quel rettangolo bianco.

Mancava anche a lei una figurina nell’album di Heidi, la numero trentadue, lo ricordava ancora quel numero dopo tanti anni.

«Perché diamo tanto valore a ciò che manca?» si interrogò, mentre le ruote della bici pestavano foglie secche che il vento aveva trasportato sul vialetto del parco, che stava costeggiando.

«Perché quello che abbiamo, perde spesso di valore rispetto a chi e a ciò che si è perso o desiderato di avere?»

E mentre respirava l’odore dell’erba e ascoltava il crepitare delle foglie, continuò a meditare: «Forse siamo tutti cacciatori di sogni, di progetti e di emozioni, viandanti alla perenne ricerca di qualcosa, migranti incapaci di dimenticare ciò che abbiamo lasciato».

Frenò la bici di fronte al cancello, si chinò e bloccò la ruota al telaio e alla rastrelliera con una grossa e lunga catena metallica, ma i suoi pensieri continuavano a pedalare nella mente: «Forse siamo tutti abili sarti capaci di ricucire, con ciò che ci manca, capi variopinti che poi indossiamo illudendoci di portare addosso ciò che abbiamo perduto».

Salì le scale ed entrò in aula. «Maestra oggi ci siamo tutti! Non manca nessuno!»

Quella voce bambina sembrava essere la risposta ai suoi pensieri.

Sorrise, e sorridendo, tutti si misero al lavoro.

(Anna Cervellati)