IPPO-LIPPO 3, VERSO DAMASCO di Nawal Zeitouni

IPPO – LIPPO 3

(Terza e ultima puntata)

Verso Damasco

di

Nawal Zeitouni

Krak des Chevaliers

Siria, provincia di Homs, nord del Monte Libano, Krak des Chevaliers (800 m. s. l. m.) spianata del cortile superiore.

È l’alba dopo un sonno ristoratore Ippo-Lippo solleva il capo che durante la notte aveva celato sotto il morbido piumaggio dell’ala, con sguardo acuto scruta la terra ed il cielo, una nebbia diffusa cela la vallata alla vista del grifo, un sentimento di nostalgia lo prende all’improvviso e rivolgendo il fiero sguardo verso ovest, gli sfugge uno strido dal becco ricurvo: «Oh la mia rosa di nebbia adagiata là nella pianura a sud del fiume Eridano, forse anche tu, Ferrara, ti stai svegliando in quest’alba di perla rosata?»

Agita un po’ le ali, poi allunga le zampe d’aquila che durante la notte ha ripiegato sotto il petto adagiato su uno spuntone roccioso, mentre le ben tornite zampe posteriori hanno sorretto la parte equina, il cui manto ora riluce ai raggi del sole nascente.

Ippo-Lippo muove qualche passo verso la parte del cortile inondata di luce che si fa via via più tiepida. Ripensa alla missione compiuta, ai bambini di Aleppo rinfrancati nel senno restituito e mai del tutto perduto, ai mille e mille volti di un popolo, un tempo accogliente e gentile, ora trasformato in fantasmi superstiti di ogni tipo di catastrofe, in reduci di battaglie perdute, in profughi mutilati nei corpi e nei cuori, in orfani di padri di madri di figli. La coltre di candida bruma si dissolve con l’avanzare delle ore diurne e adagio svapora svelando il bel paesaggio che dall’alto sembra intatto.

I fiori selvatici inducono in tentazione la brezza mattutina a portare in giro il loro profumo, ma quello che sale è il fumo acre di corpi bruciati buttati nelle fosse comuni: non erano assassini, ma padri, fratelli, ragazzi imberbi. Ippo-Lippo tutto vede: le speranze di un futuro migliore, le promesse di una vita degna di essere vissuta, trasformate in follia dai mercanti di armi e di persone. Eppure non si arrende, cerca segni di vita dove tutto sembra un inno alla morte. In lontananza scorge una figura che avanza furtiva fra le balze e stringe a sé un fagotto. Sembra danzare fra le rocce ed i sassi, è leggero il suo andare, cammina veloce verso una macchia fitta di cespugli e dispare senza lasciare traccia, come se non fosse mai esistita. Ippo-Lippo, uccello e destriero, la vede con gli occhi del mito, la figura furtiva è una madre che rinasce al cospetto del giovane figlio, gli ha portato il cibo della sopravvivenza: Khobse, jibne, laban (un pezzo di pane, formaggio a treccia salato, yogurt), avrebbe voluto portargli anche un po’ di chaworma (carne di castrato allo spiedo), ma gli animali superstiti sono tutti lì nella grotta con suo figlio Kaled. Per strada ha raccolto per lui qualche fico maturo, non può non mancare un po’ di dolcezza nel loro incontro segnato dalla durezza della sopravvivenza. Era appena terminata la loro casa in mezzo agli ulivi, neppure un mattone o una piastrella sono rimasti al passaggio delle bande di predoni, eppure ringraziavano il Misericordioso per essere riusciti a salvare la vita un padre, una madre e i quattro figli. Ringraziavano Colui che tutto vede perché li aveva ispirati qualche giorno avanti a mettere in salvo il salvabile. Le voci di morte giravano nel vento, allora avevano sfruttato le risorse del territorio montuoso, che loro miserifellain (contadini) di montagna ben conoscevano. Quante volte per un temporale improvviso avevano trovato rifugio negli anfratti rocciosi e nelle grotte celate alla vista dalla vegetazione selvatica, e lì vi avevano rinserrato le greggi impaurite dai lampi e dai tuoni. Ma allora il bel tempo non tardava a tornare, ora invece sono ormai sette anni che tuona e lampeggia di giorno e di notte, non per volontà del cielo stravolto, ma per la follia disumana degli uomini, che si son fatti carcerieri dell’Altissimo. Ippo-Lippo a malincuore deve lasciare quel luogo ameno seppur straziante, lancia un ultimo sguardo dolce e pietoso a quella madre riarsa dalla sete, che mentre parla si disseta alle parole del figlio, per lei molto più fresche e rigeneranti delle gorgoglianti acque sorgive di cui è ricca la grotta. Potrebbe volare veloce come il lampo o come il tuono, ma sceglie il grifo – destriero di spostarsi come una colomba, un simbolo di pace si addice al luogo che ha promesso a San Zaccaria di visitare. Il suo sguardo punta già verso Damasco. Il verde dei pendii montuosi presto cede lo spazio all’ocra polverosa della pianura, per divenire presto il colore non colore tipico delle nuove periferie, simile in tutte le metropoli del mondo. Un traffico caotico e infernale si agita laggiù, mentre dalle strade il rumore dei clacson sale come un grido disperato: neppure la guerra civile li zittisce. Nel luglio del 2012 la battaglia era scoppiata all’improvviso con attacchi incrociati provenienti da nord-est a da sud-ovest, il regime sembrava sull’orlo del collasso, i ribelli avevano colpito il quartier generale della sicurezza, il ministro ed il viceministro della difesa erano morti, diversi colpi di mortaio sparati dai ribelli da sud est avevano raggiunto i quartieri del centro storico. La controffensiva governativa fu veloce e devastante. Ma ora tutto sembra così normale a Damasco, dove corre veloce come sempre il potere degli affari, mentre il potere politico nelle gelide sale di marmo, adorne di mobili intarsiati d’avorio, rinserra i ranghi del comando sempre più esclusivo. Ippo-Lippo plana solenne sopra l’antica Moschea degli Omayyadi, in cielo ad ali spiegate scrive un’invocazione di pace, con il suo agile volo inanella le tre torri dalla forma quadrata. Il primo minareto sorvolato è quello di Isā, Gesù, poi quello di al Arusa, la sposa ed infine quello di Qayt Bey, sultano mammelucco. Un minareto a Gesù! Che pensare! Da millenni quello è un luogo di pace, di preghiera, di meditazione, prima ci fu il tempio che gli amorrei dedicarono al dio della tempesta, Hadad, poi i greci ed i romani, lì, vi edificarono il tempio dedicato a Zeus–Giove, in seguito l’imperatore bizantino Teodosio trasformò il tempio in basilica cristiana dedicandola a San Giovanni Battista. Infine Kaled ibn al-Walid trattando con i cristiani, risarcendoli con altri quattro siti all’interno della città, trasformò la basilica in moschea, quella in cui ancora oggi i fedeli si ritrovano a pregare. Nonostante la guerra civile, la labile tregua raggiunta, i molti quartieri periferici assediati ed affamati, non si interrompe il fluire dei fedeli, che giungono il quel luogo non solo per pregare, ma anche per stare in compagnia. Nel silenzio ovattato del cortile, all’ombra del grande portico, gruppi di donne, sedute a terra con la schiena appoggiata a qualche colonna, conversano quasi bisbigliando, ricordano chi non c’è più, si consolano, si prendono cura le une del dolore delle altre. Sotto le arcate del grande portico ci sono anche piccoli gruppi di fedeli che sciamano in preghiera davanti al mausoleo del profeta Yahyā (San Giovanni Battista), la cui testa decapitata è conservata all’interno della grande cappella, chiusa da vetrate verdi e azzurre. Il rampollo d’Ippogrifo vi sosta in profonda meditazione, come aveva promesso a San Zaccaria. Quando l’area diviene sgombra di pellegrini, invisibile agli occhi umani, fatto rarissimo, scende a terra e percorre tre volte tre, il perimetro della sacra cappella. Non ci è dato conoscere le sue invocazioni o le sue preghiere, possiamo solo immaginarle. Più lontano si erge anche al Mashad al-Huseyn, il mausoleo del nipote del Profeta, figlio di Ali, cugino del Profeta e di Fatima, figlia del Profeta. Anche ad Huseyn fu mozzata la testa, dopo la battaglia di Kerbala, combattuta per la successione al califfato e per la fede. Da allora il solco fra sciiti, i seguaci di Ali, e sunniti divenne insanabile.

Ippo-Lippo, ritorna ad adagiarsi sopra la Cupola della Campana, si guarda intorno e riflette: «Certi luoghi di preghiera sono come ponti gettati fra le reciproche fedi, ma come trasformare questi “ponti” in ampi prati verdi dove pascolare la speranza all’ombra della pace?». Il grifo-destriero sosta ancora per qualche tempo in quel luogo di luce, poi inesorabile giunge il tempo del ritorno, allora sente un gran peso gravargli sul corpo e sul cuore. Con grande sforzo di volontà batte le ali verso ovest, ma senza fretta. Sorvola la città, la periferia, segue il fiume Baradi, che con le sue acque disseta la città, all’improvviso il terreno si fa arido, come un lembo di deserto. Più e più volte vi hanno piantato ulivi ed altri alberi rustici, ma invano. È un brandello di paesaggio ribelle alla logica, mentre tutto intorno incombono le verdi montagne, qui in ogni stagione vi regna un giallastro seccume polveroso. «Come mai questo improvviso dissecarsi di ogni forma di vita?» Si chiede, mentre in lontananza scorge gruppi di persone, che si dirigono in processione verso un candido edificio disadorno. È una moschea, edificata alla fine del XVI sec. Il destriero- aquila con ampie volute si avvicina e scopre che in quel luogo dalla notte dei tempi, molto prima della moschea e di ogni edificio di culto, le genti venerano la tomba di Abele, una nuda pietra monolitica. La fede degli umili, tramandata da cuore a cuore, non ha limiti né confini. Ippo-Lippo è preso da uno stupore immane davanti all’evidenza che, per questi uomini semplici, la fede si fa verità storica.

E come potrebbe essere diversamente, se qui, tutti i giorni, Caino uccide suo fratello Abele?

Con sovrumana angoscia il destriero-aquila guadagna la cima innevata del Monte Libano, da cui gode l’impareggiabile vista dei verdi pendii, fin giù più a valle dove si distende immensa e variopinta la bella e chiassosa Beirut, che si sgrana in mare in mille navigli, più oltre, il Mediterraneo ribolle spumeggiante delle mille speranze di popoli in fuga. Lassù l’aria limpida e frizzante risveglia in Ippo- Lippo una nostalgia acuta per l’antica terra di rosso vestita, che sta per lasciare. All’istante aguzza lo sguardo verso levante e lancia altissime strida disperate. A Ghouta, alla periferia est di Damasco, in poco tempo si contano più di cinquecento morti e più di cento sono bambini.

La tomba di Abele è scoperchiata per sempre.

(Nawal Zeitouni)