IPPO-LIPPO. IL VIAGGIO CONTINUA

IPPO-LIPPO

II PUNTATA

Il viaggio continua

di Nawal Zeitouni

Ippo – Lippo, ultimo rampollo dell’ippogrifo ariostesco, è giunto al termine del suo viaggio, è felice e stordito. Felice perché è riuscito a portare a termine la sua missione nel migliore dei modi possibili, infatti dalla valle dei Senni perduti, sull’altra faccia della Luna, quella oscura, ha recuperato senza sforzo alcuno le piccole ampolle contenenti il senno dei bambini di Aleppo, città martoriata dalla guerra civile come gran parte del paese. È stato facile riconoscere le piccole ampolle perché emanavano una tenue luminescenza vibrante, invece quelle degli adulti erano scure come la pece e così appiccicate le une alle altre che assomigliavano ad un enorme e mostruoso cervello, quello per sempre perduto dagli uomini in guerra. Ippogrifo suo padre sarebbe stato orgoglioso di vederlo solcare il cielo con quel carico che assomigliava ad una argentea rete da pesca gigantesca e ricolma del più prezioso dei tesori: il senno vacillante dei bambini era giunto a destinazione.

Ippo – Lippo è stordito per il gran numero di bambine e bambini che dall’alto vede arrivare da ogni parte non più timorosi ma quasi sereni; giungono a piccoli gruppi, riempiono, negli spazi sgombri dalle macerie, le piazze ed il gran giardino pubblico di Al Sabil Park, saccheggiato degli alberi nei freddi inverni di guerra per riscaldarsi un po’ o per cucinare in assenza di gas. Tutti, maschi e femmine, grandi e piccoli, riprendono gli antichi giochi di sempre. Da Akiol St., una stradina raggomitolata nel quartiere antico della città, esce il piccolo Walid, indossa una maglia logora e scolorita con il numero 10 ed il nome di un campione del calcio italiano, in mano tiene un vecchio pallone da football più volte ricucito; nulla gli è più prezioso, è riuscito a salvarlo dal macello delle bombe e delle granate. È per quello che oggi è lì, per provare se riesce ancora a giocare nonostante la sua nuova protesi alla gamba sinistra, gamba perduta sotto un bombardamento insieme ai suoi tre fratelli. Al primo calcio d’inizio tutto sembra dimenticato, le urla d’incitamento dei compagni e le prime timide corse gli restituiscono un sorriso più bello di un cielo stellato. Ogni tiro in porta è accompagnato da un urlo, un forte urlo liberatorio contro il dolore e l’orrore subiti. La piccola masnada si affolla dietro il pallone, sbraita in modo scomposto e intanto nuvole di polvere si sollevano verso i monconi dei condomini bombardati. Ippo – Lippo manifesta il suo stordimento e la sua felicità compiendo nel cielo limpido ampi volteggi, giravolte, piroette avvitate, impennate e discese vertiginose, fino a remigare sottosopra con le zampe e gli artigli rivolti verso l’alto. Sembra nuotare nel limpido mare d’aria, all’indietro sul dorso, con le candide e flessuose ali battute come remi. È un folle volo, nessuno può vederlo, perché chi nasce dalla fantasia di un autore e ha dimora sulla carta, può solo da lì rimettersi in viaggio verso il lettore e augurarsi che sia un lungo viaggio e sperare che sia sgombro dai pericolosi flutti del fraintendimento. Con un battito d’ali possente e regolare Ippo – Lippo si rigira e riprende a volare in assetto normale. La guerra sembra stia per finire, ma non è ancora Pace, il pericolo di vita è presente e vivo ad ogni alito di vento, la guerra civile gioca le sue carte più crudeli e meschine proprio quando la Pace sembra mostrare il suo sorriso e la disperazione dei ribelli in trappola diviene assoluta e violenta. Ci sono ancora molti cecchini dei ribelli di nero vestiti, nascosti fra i muri sgretolati della città antica, vicino alla porta di Bab al Hadid e in molti altri quartieri a est della città. Sembra che la presenza di Ippo – Lippo sopra il cielo di Aleppo riesca a deviare i micidiali proiettili vaganti. Ma una volta è solo l’abbaglio improvviso di un raggio di sole, un’altra è la piuma di piccione che vola beffarda sulla punta del naso del cecchino, un’altra ancora è un coccio caduto da un muro in macerie che manda in frantumi il sangue freddo del jihadista assassino e lo distrae facendolo sobbalzare. Non un colpo va a buon fine. I ragazzi finalmente possono giocare insieme all’aperto. Il giovane grifo sorvola la Cittadella e il vicino suq di al M’dine dove le botteghe degli orafi non scintillano più, non ci sono più gli odori fragranti delle spezie, il fruscio delle sete di Damasco, più nessuno batte il rame e l’ottone per farne pentole e suppellettili, più nessuno declama le bellezze dei tappeti annodati nelle scuole artigiane più famose del Medio Oriente, più nessuno assaggia gherigli di noci novelle, pistacchi, mandorle, datteri, più nessuno si meraviglia di fronte alle montagne di lokhum dai brillanti colori della frutta di stagione. Nel suq millenario non risuonano più voci di uomini né ragli di asinelli carichi di mercanzie: tanta ricchezza e tanta vita sono trasformati in desolazione, le vie coperte, gli archi a crociera, gli antichi fondachi e i caravanserragli non esistono più, solo cascate di cocci e frantumi. Il giovane grifo volge lo sguardo verso il khā‘n dei Polo, glorioso retaggio dell’antica via della seta: solo macerie confuse con altre macerie. In quel luogo la memoria popolare dei Polo e di Marco aveva resistito fino alla barbarie dell’ultima guerra civile. Ippo – Lippo si allontana in volo, è sopra Bab al Saraj, ai piedi della torre dell’orologio il tempo si è fermato, non scorre più sui volti di due donne in lutto che si abbracciano più e più volte sospirando e gemendo, le loro gole sono mute di singhiozzi sonori, sono asciutti gli occhi per le lacrime versate: una ha il figlio minore caduto per mano delle forze governative, l’altra non sa più per chi piangere e pregare, se per il figlio caduto per l’ESL (Esercito Siriano Libero) o per l’altro, ufficiale dell’esercito di Bashar, sgozzato dai ribelli di nero vestiti. Ippo – Lippo commosso, non veduto si avvicina alle due povere figure, silente le avvolge con le ali e accorda il battito del suo cuore a quello delle due sventurate madri. Di più non sa cosa fare, un’emozione più che umana lo sovrasta: il dolore delle madri orfane dei figli non è consolabile.Intorno la distruzione non è uniforme, la follia ha devastato i quartieri orientali, mentre alcuni di quelli occidentali sembrano non aver subito danni: la barbarie appare ancora più disumana e assurda nella sua difformità. Il giovane destriero alato, quasi dimentico del successo della sua missione, continua a sorvolare la città, ora è sugli antichi quartieri degli armeni, poi su quello dei francesi, degli ebrei, dei kurdi. «Un tempo lontano la città sapeva accogliere tutti, nel suo ventre sparsi a corona si ergono ancora gli antichi luoghi di culto» così riflette fra sé, intanto volge il volo verso l’antica Moschea degli Omayyadi al suo interno c’è la tomba di Zacaria, il padre del Battista, in segno di omaggio la sorvola a bassa quota. Tutto intorno il portico con l’antico colonnato porta i segni dei combattimenti feroci, l’antico minareto è stato bombardato, mentre la tomba-mausoleo del profeta Zacaria è indenne. «Jāmi Zakariyā anche i credenti dell’Islam ti venerano profeta, eri muto, hai riacquistato la parola nell’istante in cui hai dato il nome a tuo figlio Giovanni, che diverrà il Battista. Sento che devo andare anche sulla sua tomba prima di far ritorno alla mia tana». Ippo – Lippo rivolge lo sguardo verso Damasco, ma improvvisamente sente che la parte grifagna tende verso l’alto, mentre quella equina (la nonna era una giumenta) manifesta, scalciando, il bisogno di calpestare un verde manto erboso. Mai prima d’allora aveva sentito fremere di desideri opposti il piumaggio ed il mantello lucente, muta allora la rotta verso occidente dove il verde s’innalza in dolci catene di monti. Ecco i Corni di Homs, che chiudono a nord il monte Libano e l’Antilibano con al centro la fertile valle della Beqā. Là s’erge il possente Krak des Chevaliers eretto a guardia della valle dai cavalieri dell’Ordine degli Ospitalieri, è una roccaforte spettacolare difesa da giri di mura di pietra e dominata dalle massicce torri d’avvistamento. È il luogo ideale dove trovare conforto agli zoccoli desiderosi di calpestare zolle amiche, ma sufficientemente alte per il fiero sguardo d’aquila. Il tramonto accende la valle e la rocca di colori e di riflessi ineguagliabili e prima che il sole si getti nel Mediterraneo, il giovane rampollo di Ippogrifo ne approfitta per fare un bagno ristoratore nell’alto fossato che fungeva sia da riserva d’acqua, sia da barriera fra le due cinta di mura inespugnate. Ristorato risale le rampe, attraversa la lunghissima galleria fino alla loggia del gran maestro con bifore di marmo in gotico fiorito. Anche se i segni della recente battaglia ed i resti dei miliziani fuggiti sono ancora molto evidenti, il cortile superiore circondato da quella nobile architettura è un bel luogo dove abbandonarsi ad un sonno ristoratore. Una falce di Luna nuova sorride alta nel cielo, poi al suo tramonto, il chiarore della Via Lattea si diffonderà nella notte satura di miti e di epiche imprese. Ippo – Lippo già dorme, in sogno percepisce uno scalpiccio di zoccoli di palafrenieri che sale dalle fresche scuderie, ode un salmodiare di canti e di preghiere che sembra innalzarsi dalla costoluta cappella e dalla sala della tavola rotonda scolpita nella roccia gli giunge, ne è certo, un brusio di voci.

Una voce familiare lo accarezza nel sonno:

Non è finto il destrier, ma naturale,

Ch’una giumenta generò d’un grifo:

Simile al padre avea la piuma e l’ale,

Li piedi anteriori, il capo e il grifo;

In tutte l’altre membra parea quale

Era la madre, e chiamasi ippogrifo;

Che nei monti Rifei vengon, ma rari,

Molto al di là degli agghiacciati mari.

(Orlando Furioso, canto IV, 18° ottava)