IL VIAGGIO DI IPPO-LIPPO

IPPO-LIPPO

l’ultimo rampollo di Ippogrifo

(Prima Puntata)

di Nawal Zeitouni

Ippo-Lippo è l’ultimo rampollo dell’Ippogrifo ariostesco, dorme in un antro sotto le Mura degli Angeli: il suo è un letargo che dura da quasi cinque secoli. Le piogge insistenti dell’ultimo inverno hanno sgretolato una parte dei rinascimentali bastioni estensi, aprendo un varco tondeggiante fra i rossi mattoni. Ippo-Lippo socchiude gli occhi, un filo d’aria gli accarezza il becco, mentre un disagio sconosciuto lo invade tutto.

Un flebile lamento incessante lo scuote dal sonno profondo, entra in una fase di dormiveglia e per svegliarsi completamente, impiega un giorno intero. Ogni tanto apre gli occhi e guarda fuori oltre la bella cerchia verde. Dal suo covo secolare vede un nastro grigio lunghissimo che gira intorno alle mura, lo percorrono in continuazione mostri di ferro che sfrecciano senza sosta, ma dove andranno? Forse scappano da un pericolo, forse corrono in battaglia? Ippo-Lippo per tutto il giorno osserva il traffico protetto da arbusti e cespugli, nessuno lo può scorgere.

Si fa sera, spunta la Luna piena, il suo chiarore illumina i bastioni, in lontananza un alto camino sputa fuoco. È la ciminiera del petrolchimico che a volte si accende come una candela gigantesca. «Mostri d’acciaio, candele sputafuoco giganti, ma che mondo pericoloso!» pensa Ippo-Lippo, volgendo lo sguardo verso la Luna piena, il cui richiamo si fa irresistibile, allora si libra in volo con un potente batter d’ali fa due larghi giri sulla città, sale compiendo spirali sempre più ampie, vola sicuro e punta dritto in direzione della Luna.

I flebili lamenti che lo hanno risvegliato, si fanno più intensi e strazianti, se fossero urla, lo sconvolgerebbero di meno. A volte quei gemiti sembrano cessare del tutto, poi riprendono piano, piano, gorgogliando come l’acqua di marea quando sale dentro una gola fra le rocce aguzze o dentro un estuario dalle limacciose rive sabbiose, che si restringono sempre più fin dentro il grande fiume di cui non si conoscono le origini.

La Luna diviene sempre più grande a mano a mano che Ippo-Lippo si avvicina. Il giovane grifo compie ampie orbite di avvicinamento, è vicinissimo, non batte più le ali, plana piano piano, alluna sull’altra faccia della Luna, quella oscura, quella che non si vede mai. L’istinto ancestrale lo conduce verso la valle dei Senni perduti, che è completamente sommersa da ampolle di vetro. Le ampolle più grandi formano una montagna immensa, un tempo lontano erano intatte, contenevano un liquido vischioso, contenevano la ragione perduta da un’infinità di persone. Ora le fiale giacciono al suolo frantumate senza possibilità di rimedio ed il liquido vischioso che stava all’interno, è fuoriuscito e le sommerge formando un agglomerato gommoso e indistruttibile. Le ampolle più piccole invece mandano un bagliore tenue e vibrante. Ippo – Lippo lacrima, non sa perché, lacrima senza sosta. Con le sue possenti e delicate ali da grifo scioglie la fitta rete di raggi di Luna che porta sul dorso. Distende sul suolo lunare la rete fatata e come se attendessero quel momento da un’eternità, per magia, vi si raccolgono le piccole ampolle. Tutte quante si raccolgono all’istante in quel rifugio argenteo, non ne manca una! Ippo-Lippo stringe i lacci e chiude la rete magica: è piena all’inverosimile di candore, di innocenza, di stupore, di voglia di vivere. Ippo-Lippo non lacrima più: «Come farò ritorno sulla Terra?» pensa, guardando il suo carico immenso, che racchiuso in quelle maglie d’argento vivo, assomiglia ad una pesca miracolosa. Ma per quanto la rete sia piena all’inverosimile, la leggerezza è la virtù di quel carico. Ippo – Lippo batte le ali, si libra in volo, sale senza sforzo alcuno, prende quota, inizia a roteare a spirale intorno al satellite terrestre, le orbite sono sempre più ampie, finché vinta la gravità, inizia la rotta di rientro sulla Terra. Non c’è calcolo nel suo volo, il desiderio lo guida. Ecco la Terra sempre più vicina e immensa, sotto di lui si distendono i mari e gli oceani, le catene montuose, le vaste praterie e le folte foreste, i deserti di ghiaccio e i deserti di sabbia. Ippo-Lippo sorvola la superficie terrestre, egli è invisibile agli occhi ed agli strumenti dell’uomo, plana sulle città, macchie luminose ora piccole, ora grandi. Vola sulle strade e lungo i fiumi, non vede ancora la sua destinazione, sa che il suo volo terminerà dove è tanto atteso. Ecco i flutti verde azzurri del Mediterraneo, verso est l’alta costa montuosa corre parallela al mare, oltre nella vastità dell’alta pianura si distendono ulivi e campi di grano a predita d’occhio, rosso è il colore dell’argilla, qualche tell s’innalza come se la pianura avesse le gobbe, sovente sepolcri di antiche civiltà scomparse. Il cavallo-uccello sente un richiamo, veloce sorvola le ultime alture della catena del Libano, insegue l’Oronte bizzarro che scorre da sud a nord, s’infila fra le rocce aspre del valico di Bab el Awua (Porta del Vento), la porta degli addii e dei sussurri. Batte le ali con gran fruscio d’aria intorno, vola verso oriente dove sorge il sole oscurato da mille esplosioni. Le antiche città, i prosperosi villaggi sono cumuli di frantumi bruciati e fumanti d’odio. Le carcasse di auto, di animali, di uomini, di donne, di bambini giacciono insepolti, senza più carne, senza più occhi, solo ossa sparse, ossa a mucchi calcinate dal sole. Non più grida d’uccelli in alto, solo il vento ulula disperazione e compassione. Disperazione e compassione ostaggi delle raffiche rabbiose dell’odio vagano senza posa per l’altopiano straziato. Ippo-Lippo sente vicina la meta, con più vigore e frequenza batte le possenti ali d’aquila, più brillante si fa l’argentea rete a strascico dietro la coda da destriero. Sorvola Hama solo macerie, grida e fumo, sorvola Homs solo macerie, grida e fumo, sorvola Idlib solo macerie e grida strozzate dai gas tossici. Uno sforzo ancora, getta lo sguardo verso l’orizzonte, laggiù nella valle del fiume Qweiq c’è la città bigia, ogni sua pietra di candido calcare dice dell’amore sapiente con cui è stata edificata nei secoli. Ma la bigia Aleppo non c’è più, ora c’è la città nero fumo che giace in frantumi, collassata sull’odio che per decenni vi ha soffiato da dentro e da fuori, da ogni direzione. All’orizzonte scorge la massiccia Cittadella di Aleppo, orgoglio di Nour al Din (Norandino) e di Salah al Din (Saladino) suo signore. Ippo-Lippo compie qualche giro largo di ricognizione sulla città: il souq millenario non esiste più, l’antica Moschea degli Omayyadi è un rudere, nell’angolo l’alto minareto è una cascata di pietre. Ovunque a perdita d’occhio ci sono macerie, distruzione, fumo denso soffocante. Ovunque a perdita d’occhio c’è odore di umanità in putrefazione. Non perde il coraggio Ippo-Lippo, quella è la meta, con il becco splendente scioglie il nodo che lega la rete. In quel istante preciso tutte le armi esplodono e si dissolvono. Gli uomini in armi perdono la memoria, invano la cecheranno fra le macerie, fra i confratelli in lutto: non la ritroveranno più, la loro ragione scomparsa da tempo, giace incollata alle altre sull’altra faccia della Luna.

Nello stesso istante, le piccole ampolle divenute luminosissime e brillanti raggiungono ognuna il proprio bersaglio. Ogni bambino si sente chiamato per nome: Muna, Abdalla, Suad, Nabil, Amina, Walid, Orfaan, Adnan, Fatima, Wafa, Lamia, Kaled, Zilan, Lu-hai, Meryem, Ma-mun, Nawal, Narim, Amra… La fermezza colma le menti ed i cuori dei piccoli che ritrovano il senno non infranto definitivamente, ma solo sperduto. Ippo-Lippo sa che i bambini non l’hanno perduto, perché sanno giocare insieme anche se sono cresciuti su sponde opposte dello stesso oceano.

Ippo-Lippo sa che i bambini non credono nelle favole, perché ogni giorno imparano a giocare a reinventare la fiaba della vita

(Questa è la prima di tre puntate di IPPO-LIPPO l’ultimo rampollo di Ippogrifo, di Nawal Zeitouni, pubblicata su l’Ippogrifo n. 1, giugno 2017)